Cos’è l’inseminazione intrauterina?

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Non sempre chi si rivolge alla procreazione medicalmente assistita (PMA) deve sottoporsi a un’operazione in sala operatoria. Le cause di infertilità sia maschile che femminile possono essere tra le più disparate e, sebbene la Medicina e la Biologia abbiano fatto passi da gigante, alcune rimangono ancora sconosciute. Tuttavia, in seguito all’anamnesi di coppia, nel caso ci siano i giusti prerequisiti, si può tentare anche un intervento di tipo ambulatoriale, ossia di I livello, tra cui rientrano i rapporti mirati, l’inseminazione intracervicale e l’inseminazione intrauterina .

L’inseminazione intrauterina (IUI) è la tecnica di procreazione medicalmente assistita di I livello più utilizzata che consiste nel depositare a livello del fondo uterino, con la paziente in posizione ginecologica e per mezzo di un catetere flessibile, il liquido seminale opportunamente preparato. Il meccanismo alla base di tale procedura prevede la concentrazione nonché la selezione degli spermatozoi migliori per morfologia e motilità e la loro deposizione nella cavità uterina; in tal modo viene facilitata la fertilizzazione dal momento che viene ridotta la distanza tra spermatozoi e ovociti, superando l’acidità vaginale e l’eventuale ostilità del muco cervicale. L’IUI può essere eseguita nel corso di un ciclo ovarico naturale oppure può essere associata a iperstimolazione ovarica controllata (COH), che ha come vantaggio l’incremento del numero di ovociti disponibili per la fertilizzazione, con maggiori probabilità dunque di concepimento.

I parametri che vengono valutati prima dell’esecuzione della tecnica sono:

  • L’età della donna e il riscontro di un’adeguata riserva ovarica con monitoraggio ecografico follicolare
  • I dosaggi ormonali
  • Verifica della pervietà tubarica almeno monolaterale con ultrasuoni (sonoisterosalpingografia) o con raggi X (isterosalpingografia), perché la fecondazione avviene all’interno della tube uterine
  • Assenza di patologie uterine intracavitarie
  • Numero adeguato di spermatozoi mobili e morfologicamente normali recuperati dopo capacitazione (processo che permette agli spermatozoi di legarsi agli ovociti)

L’inseminazione intrauterina viene indicata soprattutto in determinate situazioni:

  • Infertilità a causa ignota: numerosi studi dimostrano che l’IUI associata alla stimolazione ovarica è un trattamento efficace per le coppie affette da sterilità inspiegata, con una percentuale di gravidanze maggiore rispetto ai rapporti mirati
  • Infertilità maschile di grado lieve-moderato: in caso di alterazioni non gravi del numero e/o della motilità e/o della morfologia degli spermatozoi l’IUI aumenta significativamente le possibilità di ottenere una gravidanza, soprattutto se associata alla stimolazione ovarica, rispetto ai rapporti mirati o alle inseminazioni intracervicali. In base ai risultati ottenuti in diversi studi, si ritiene che un numero totale di spermatozoi inseminati, pari ad almeno 1-2 milioni, e una percentuale di forme normali superiore al 4%, siano valori soddisfacenti per prendere in considerazione ed eventualmente attuare una procedura di IUI
  • Fattore cervicale: nei casi di muco cervicale ostile o di eccessiva scarsità dello stesso che non permette la risalita degli spermatozoi
  • Disfunzioni ovulatorie: tra cui la sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) e l’insufficienza luteale
  • Fattore immunologico: presenza di anticorpi antispermatozoo
  • Endometriosi minima (I-II stadio secondo l’American Fertility Society)
  • Coppie siero-discordanti (ad esempio infezioni da HIV)
  • Anovulazione cronica: in coppie in cui, nonostante una buona risposta ovarica alla stimolazione farmacologica non si sia ottenuta una gravidanza dopo un numero minimo di ovulazioni indotte (dai 4 ai 6 cicli), si possono sostituire i rapporti mirati all’IUI che garantisce più alte probabilità di gravidanza
  • Fattori combinati di sterilità

Inoltre secondo diversi studi, confrontando l’effetto di una singola IUI rispetto a una doppia IUI nello stesso ciclo in coppie con infertilità inspiegata, non si è ottenuta una differenza statisticamente significativa in termini di percentuali di gravidanze, per cui una singola IUI è efficace e sufficiente in queste coppie.

La tecnica dell’IUI, come si è detto, viene quasi sempre associata a iperstimolazione ovarica controllata, per la quale si possono scegliere diversi protocolli che si avvalgono di diversi farmaci tra cui i più utilizzati sono il clomifene citrato (CC) o le gonadotropine. L’IUI viene eseguita nel momento di massima fertilità della donna, dopo 24-36 ore dalla somministrazione di farmaci induttori dell’ovulazione, che avviene quando almeno un follicolo (e non più di 3) ha raggiunto un sufficiente grado di maturazione (diametro 18-20 mm). E’ necessario dunque monitorare la crescita dei follicoli per stabilire il momento migliore per l’inseminazione. La stimolazione ovarica viene valutata mediante dosaggi del 17-β-estradiolo, ormone prodotto dal follicolo, e soprattutto con l’ecografia ovarica. Quando la dimensione e il numero di follicoli sono adeguati viene indotta l’ovulazione con la somministrazione della gonadotropina corionica umana (hCG), che mima il picco preovulatorio dell’LH in virtù della stessa funzione biologica (ma è più facilmente ottenibile e più economica). In pazienti a rischio di sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS, vedesi il precedente articolo) sembra essere vantaggioso l’impiego di agonisti del GnRH (GnRH-a) poiché, rispetto all’hCG, sono in grado di indure un picco endogeno di LH e FSH rapido e di breve durata.

Al momento dell’ovulazione viene preparato il campione del liquido seminale. Secondo le indicazioni del Manuale del WHO 2010, che costituiscono lo standard internazionale per l’esame e la preparazione del liquido seminale, bisogna mantenere un periodo di astinenza tra i 2-7 giorni prima della raccolta del campione, il quale deve essere poi analizzato entro un’ora dalla raccolta. Dopo la liquefazione è necessario separare lo sperma dal plasma seminale scegliendo la tecnica di preparazione del liquido seminale in base alla natura del campione. E’ consigliabile usare lo swim-up in caso di normozoospermia mentre il gradiente di densità negli altri casi. Il liquido seminale così preparato viene raccolto in un catetere flessibile, con il quale lo si deposita a livello del fondo uterino.

Dopo aver posizionato il liquido seminale la donna resta distesa sul lettino ginecologico per circa 10 minuti dopodiché può tornare normalmente alle proprie attività quotidiane.

L’inseminazione intrauterina in definitiva è la tecnica più utilizzata tra quelle di I livello per i numerosi vantaggi che offre: la scarsa invasività con riduzione del disagio psicologico, la semplicità d’esecuzione e il basso costo per le minime attrezzature necessarie. D’altro canto non si può negare che lo spettro di utilizzo della IUI non si estende a quei casi di infertilità “più gravi”, che in maggior parte possono essere invece bypassati dall’uso di tecniche di fecondazione in vitro quali la FIVET o la ICSI che, sebbene siano più invasive e costose, permettono di abbattere i tassi di insuccesso dei cicli di fecondazione assistita.

 

 

Cos’è la sindrome da iperstimolazione ovarica?

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Quando una coppia si rivolge per la prima volta alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) viene catapultata in un mondo nuovo, poco conosciuto dai più, dovendo familiarizzare con concetti medico/biologici a volte complicati, a volte male interpretati dall’immaginario comune. È per questo che gli specialisti del settore devono dedicare tutto il tempo possibile ai proprio pazienti, cercando di spiegare con parole semplici concetti non comuni, esponendo tutti i vantaggi e i rischi a cui si va incontro durante un ciclo di fecondazione assistita.

Sono i vantaggi a cui si mira; le speranze e le aspettative dei pazienti, la passione e la professionalità di un’equipe di PMA: fattori che si concentrano tutti lì, sulla nascita di una nuova vita.

Ma per consentire questo miracolo scientifico bisogna dedicarsi con altrettanta cura ai rischi, alle infinite variabili di questo campo, le cui ombre minacciano di vanificare tutti i sogni.

Ci sono poi condizioni patologiche che possono essere l’effetto della stessa terapia adottata, seppure non siano una conseguenza inevitabile.

E’ il caso della sindrome da iperstimolazione ovarica (ovarian hyperstimulation syndrome, OHSS) che difatti è una condizione iatrogena (che si verifica in relazione o come conseguenza di una terapia medica) che può colpire le donne sottoposte a stimolazione ovarica controllata e  induzione dell’ovulazione durante i cicli di fecondazione in vitro (IVF). La stimolazione ovarica controllata (COS) è una terapia farmacologica finalizzata alla crescita multipla di follicoli nelle ovaie, che contengono ovociti; tuttavia, occasionalmente, quando vi è una risposta ovarica esagerata agli ormoni può svilupparsi la sindrome.

 

Fisiopatologia

 

Il segno distintivo dell’OHSS è un aumento della permeabilità dei vasi sanguigni, risultante in una fuoriuscita di liquidi dal sangue ad altri comparti dell’organismo (polmoni, cavità addominale ecc.). Un ruolo critico nella patogenesi della sindrome è svolto dal fattore di crescita (i fattori di crescita sono delle proteine che stimolano la proliferazione e il differenziamento cellulare) dell’endotelio vascolare (VEGF), il quale aumenta la permeabilità vascolare. Il VEGF viene prodotto anche dalle cellule della granulosa (cellule che circondano l’ovocita) e la sua secrezione è stimolata dalla gonadotropina corionica umana (hCG). L’associazione tra l’OHSS e la stimolazione ovarica si può comprendere considerando che l’eccessiva crescita delle ovaie in seguito alla terapia non corrisponde immediatamente a un aumento della vascolarizzazione ovarica e di conseguenza genera uno stato di ipossia (carenza di ossigeno) che induce la produzione di VEGF, oltre al fatto che la stimolazione prevede la somministrazione di hCG 36 ore prima del prelievo ovocitario per indurre la maturazione follicolare finale. L’hCG somministrata (esogena) è la causa principale dell’OHSS precoce (si presenta entro 9 giorni dalla somministrazione), mentre l’OHSS tardiva (oltre i 10 giorni dall’ultima somministrazione) è dovuta all’hCG endogeno prodotto dalla placenta durante la gravidanza.

 

Caratteristiche cliniche

 

In generale la diagnosi dell’OHSS si basa su una storia clinica di stimolazione ovarica con gonadotropine o antiestrogeni seguita da alcuni sintomi, la cui manifestazione clinica può dipendere dalla gravità della sindrome:

  • Distensione e dolore addominale
  • Sintomi gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea)
  • Aumento di peso a causa della ritenzione di liquidi
  • Diminuita escrezione di urina giornaliera (oliguria)
  • Aumentata sensazione di sete (polidipsia)
  • Ascite con o senza idrotorace
  • Peritonite
  • Ipotensione e/o ipovolemia
  • Dispnea (respirazione difficoltosa)
  • Aumentato rischio di tromboembolie
  • Insufficienza renale acuta

 

Classificazione

 

L’OHSS viene classificata in 4 categorie basate sulla gravità dei sintomi, dei segni e dei parametri di laboratorio:

  • Sindrome da iperstimolazione ovarica lieve

È caratterizzata dall’ampliamento ovarico bilaterale delle ovaie, che misurano fino a 8 cm, con più cisti follicolari e luteiniche, accompagnato da distensione e lieve dolore addominale dovuto a un aumento della dimensione ovarica. È una condizione molto comune, presente in circa il 25-30% dei cicli di IVF.

  • Sindrome da iperstimolazione ovarica moderata

È descritta dall’ingrossamento delle ovaie fino a 12 cm, accompagnato da distensione addominale  e sintomi gastrointestinali (ad esempio nausea, vomito e diarrea) con evidenza ecografica di ascite. Un rapido aumento di peso di oltre 3 kg potrebbe essere uno dei segni iniziali dell’OHSS moderata. Si stima che vi sia un’incidenza di OHSS moderata nel 3-6% dei casi di IVF.

  • Sindrome da iperstimolazione ovarica grave:

Circa il 2% dei casi di OHSS sono classificati come gravi. Questa forma è caratterizzata dalla presenza di grandi cisti ovariche (>12 cm), ascite clinica con o senza idrotorace, ipoproteinemia (albumina sierica <35 g/L), oliguria (escrezione urinaria <300 mL/giorno), creatinina 1,1-1,5 mg/dL, emoconcentrazione con ematocrito > 45%, conta dei globuli bianchi > 15000, disfunzione epatica, aumento della viscosità del sangue ed eventi tromboembolici nei casi più gravi.

  • Sindrome da iperstimolazione ovarica critica:

Viene diagnosticata quando c’è un’ascite severa o l’idrotorace, con ematocrito > 55%, conta dei globuli bianchi > 25000, oliguria o anuria, creatinina ≥ 1,6 mg/dL, clearance della creatinina < 50 ml/min, tromboembolia o sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS).

 

Fattori di rischio

 

Essendo una patologia iatrogena, come detto in apertura dell’articolo, a rischio di OHSS sono tutte le donne che si sottopongono a stimolazione ovarica, ma si possono riconoscere fattori di rischio primari e secondari.

I fattori di rischio primari da tenere in considerazione nella prevenzione della OHSS sono: la giovane età, un basso indice di massa corporea, una storia di elevata risposta alle gonadotropine, una precedente OHSS, la sindrome dell’ovaio policistico (PCOS).

Alcuni parametri di risposta ovarica sono considerati invece fattori di rischio secondari, inclusi i livelli assoluti o il tasso di aumento dell’estradiolo (E2) nel siero, la dimensione e il numero dei follicoli e il numero di ovociti prelevati. Nessuno di questi parametri tuttavia è sufficiente per predire in modo indipendente l’OHSS.

 

Prevenzione e Trattamento

 

Non esiste un trattamento che possa completamente curare l’OHSS, tuttavia la prevenzione può essere un salvavita ed è principalmente preferita al trattamento. Innanzitutto la sindrome può e deve essere prevenuta adeguando il piano terapeutico, in termini sia di farmaci che di dosi, in base alle caratteristiche anamnestiche e ai fattori di rischio precedentemente riportati. Ad esempio in caso di paziente con sindrome dell’ovaio policistico bisogna prevenire l’OHSS iniziando una stimolazione ovarica con dosaggio di gonadotropine minimo, dosaggio che può essere aumentato dopo due settimane solo se si ha un’appropriata risposta ovarica, con una dimensione dei follicoli che non supera i 10 mm.

Il dosaggio dell’ormone antimulleriano (AMH) è un parametro fondamentale da tenere in considerazione nella prevenzione, dal momento che questo ormone indica quanti potenziali follicoli potrebbero svilupparsi in seguito alla stimolazione ovarica, per cui valori elevati costituiscono un ulteriore fattore di rischio. Altrettanto importante è la conta dei follicoli antrali (AFC) attraverso un ecografia: un numero particolarmente elevato associato a una particolare morfologia e volume delle ovaie depone per un rischio di iperstimolazione. In caso di rischio di OHSS il ciclo di stimolazione ovarica deve essere sospeso definitivamente o si sospende per qualche giorno per far scendere i livelli di estradiolo. Inoltre è preferibile crioconservare gli ovociti e/o gli embrioni dopo il prelievo ovocitario, per impedire il progredire della sindrome non essendo essa sostenuta dall’aumento dell’hCG di una gravidanza in corso.

 

Il trattamento clinico dell’OHSS dipende dalla gravità, da eventuali complicanze e dall’assenza o presenza di gravidanza.In caso di OHSS lieve, generalmente le pazienti non necessitano di ricovero ospedaliero: se non è in corso una gravidanza i sintomi solitamente scompaiono all’arrivo della mestruazione; invece, in caso di gravidanza, come abbiamo visto, la sindrome può prolungarsi. Una terapia efficace consiste nell’utilizzo della cabergolina che previene l’aumento della permeabilità vascolare. Recenti studi hanno concluso inoltre che la somministrazione di metformina riduce il rischio di OHSS del 63% e aumenta i tassi di gravidanza clinica, senza alcun effetto sul tasso dei nati vivi. Raccomandazioni generali comprendono il riposo, per evitare danni o torsioni delle ovaie iperstimolate, l’assunzione di liquidi, esami clinici tra cui il controllo della diuresi, della circonferenza addominale, del peso corporeo, ecografia pelvica per il controllo del diametro ovarico e ricerca di eventuale ascite, esami di laboratorio con test di funzionalità epatica, controllo dell’emocromo, della creatinina sierica e degli elettroliti,.

Quando l’OHSS è moderata o severa, è necessario il ricovero ospedaliero con l’attuazione di una terapia in base ai segni e ai sintomi che vengono costantemente monitorati. Le terapie più comuni prevedono il bilanciamento dei liquidi e la somministrazione di antidolorifici (paracetamolo, codeina) a cui si aggiungono i piani terapeutici per curare l’eventuale emoconcentrazione e oliguria (infusione di cristalloidi e di albumina), l’insufficienza renale acuta (con somministrazione di dopamina in caso di fallimento delle altre misure terapeutiche) e la profilassi antitromboembolitica.
Nei casi più gravi di OHSS bisogna ricorrere all’aspirazione del liquido ascitico e/o del versamento pleurico per ridurre il dolore addominale, la compressione del diaframma e la compromissione renale.

Nei casi di OHSS critica è necessario il ricovero in terapia intensiva.

 

Sebbene sia una patologia recente, che in qualche modo si è presentata allo stesso tempo dell’introduzione delle tecniche di fecondazione assistita, si può dire che rispetto al passato la sindrome da iperstimolazione ovarica ha un’incidenza notevolmente inferiore, grazie alle sempre più approfondite conoscenze in materia, allo sviluppo di nuovi farmaci che permettono un controllo migliore della stimolazione ovarica, alla conoscenza dei fattori di rischio e all’utilizzo di indagini che consentono l’identificazione delle pazienti a rischio, al miglioramento delle tecniche di laboratorio di fecondazione assistita con il perfezionamento dei protocolli di crioconservazione. La finalità di questo articolo è proprio informare le pazienti di quanto questa condizione sia comune nel percorso del trattamento dell’infertilità, il che ha permesso una conoscenza più approfondita della patologia e di conseguenza delle misure preventive e curative da adottare. E se siamo riusciti almeno un po’ nel nostro intento di rendere più chiaro un argomento non semplice, le pazienti potranno capire che non sempre la sospensione di un ciclo di fecondazione assistita è motivo di delusione, ma in questo caso è un atto necessario per tutelare la loro salute.

 

Frammentazione del DNA spermatico e infertilità maschile

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L’infertilità è un problema comune in tutto il mondo e si stima che circa il 15% delle coppie ne siano colpite, percentuale che malauguratamente tende a salire nel corso degli anni. Quasi il 30% dei casi di infertilità è dovuto a cause maschili. L’analisi del liquido seminale o spermiogramma rimane il test di elezione per la valutazione dell’infertilità maschile, in cui vengono valutati diversi parametri che, se alterati, possono essere indicativi di anomalie alla base di un eventuale problema di infertilità maschile.

Gli spermatozoi sono il veicolo che trasporta il genoma paterno all’ovocita e per il normale sviluppo embrionale è necessario che il materiale genetico sia completo e integro.

Le anomalie genetiche degli spermatozoi sono una delle principali cause di infertilità maschile e sono associate alla genesi di spermatozoi anormali. Tali anomalie possono essere classificate fondamentalmente in frammentazione del DNA e anomalie cromosomiche. Si stima che le anomalie cromosomiche siano presenti nel 10-15% degli uomini con azoospermia, in circa il 5% degli uomini con oligozoospermia e in meno dell’1% degli uomini con parametri dello spermiogramma normali. Anche altre anomalie genetiche, come le microdelezioni del cromosoma Y, sono comuni negli uomini con spermatogenesi gravemente compromessa. A differenza delle anomalie cromosomiche, si ritiene invece che la frammentazione del DNA degli spermatozoi sia una proprietà comune. Tuttavia, il livello dei danni al DNA può variare da uno spermatozoo all’altro. Studi recenti dimostrano che la frammentazione del DNA spermatico si osserva anche negli uomini che hanno normali parametri dello spermiogramma. Il danno al DNA spermatico può essere causato da fattori intrinseci tra cui errori nei processi di formazione degli spermatozoi e segregazione del materiale genetico (meiosi), nei processi di selezione e attivazione della morte programmata delle cellule della linea spermatica (apoptosi), nel varicocele, nell’infiammazione e nelle infezioni. Anche fattori estrinseci come i farmaci, il calore, le radiazioni, il fumo, alcune sostanze chimiche e gli inquinanti possono indurre danni al DNA. Il danno agli spermatozoi (anomalie cromosomiche o frammentazione del DNA) è un processo irreversibile dal momento che essi non hanno i meccanismi necessari per la riparazione del DNA.
Negli ultimi decenni numerosi team di ricerca hanno indagato sulla possibile relazione tra le anomalie genetiche degli spermatozoi e l’infertilità maschile, riportando i relativi risultati dei trattamenti di fecondazione assistita. Questi studi hanno utilizzato una serie di test diagnostici tra cui: il test con la cromomicina A3, il test con l’arancio di acridina (AOT), il TUNEL assay (Terminal Deoxynucleotidyl Transferase dUTP Nick End Labelling), il metodo della In Situ Nick Translation (ISNT), lo Sperm Chromatin Structure Assay (SCSA), lo Sperm Chromatin Dispersion (SCD) assay, il Comet assay, l’analisi del rapporto delle protamine/istoni e la valutazione dell’aneuploidia cromosomica degli spermatozoi con la FISH (Fluorescent In-Situ Hybridization).

 

Una prima osservazione che si potrebbe fare è che la moltitudine di test utilizzati per valutare la frammentazione del DNA spermatico non permette una standardizzazione dei protocolli, rendendo difficile comprendere e mettere in relazione i risultati dei diversi studi, tanto più che non ci sono attualmente valori di riferimento internazionali che permettano di capire con precisione se ci si trovi in condizioni di alterazione dei parametri di frammentazione o nell’intervallo di accettabilità.

Una considerazione altrettanto rilevante è che gli stessi protocolli della maggior parte dei test praticati valutano in maniera indiretta la suscettibilità al danno al DNA (che risulta essere aumentata negli uomini con problemi di infertilità), inducendo dall’esterno, attraverso l’utilizzo di buffer di lisi, di denaturazione del DNA o altre soluzioni, una condizione di stress genetico.

 

IMPATTO SULLA FECONDAZIONE ASSISTITA

 

La letteratura esistente sull’associazione tra il danno al DNA spermatico e gli esiti della fecondazione assistita è controversa.

In questo articolo si farà riferimento ad una review scientifica [1] che mette insieme diverse ricerche bibliografiche e meta-analisi (conclusione risultante dai risultati di numerosi studi scientifici sullo stesso argomento), per un totale di 90 articoli (120 studi) in cui è stato esaminato il rapporto tra la frammentazione del DNA spermatico e i risultati della fecondazione assistita utilizzando i quattro test più comunemente praticati (SCSA, TUNEL, SCD e Comet).

 

Tassi di fertilizzazione

Sul totale degli studi analizzati (che comprendono circa 14000 cicli di fecondazione assistita) il 38% riporta una relazione inversa tra il danno al DNA spermatico e i tassi di fertilizzazione mentre il restante 62% degli studi non ha rilevato una relazione significativa tra questi due parametri. Da tenere in considerazione è anche il fatto che l’effetto avverso della frammentazione del DNA spermatico sui tassi di fertilizzazione è più comune nella tecnica FIVET, con una percentuale del 59% del totale delle FIVET analizzate, rispetto alla ICSI, con una percentuale del 24% delle ICSI prese in esame. Una possibile spiegazione di tale effetto è che, durante una FIVET, lo spermatozoo che fertilizza l’ovocita viene selezionato casualmente in base all’interazione spermatozoo-ovocita, a differenza della ICSI in cui l’ovocita viene iniettato con lo spermatozoo, selezionato dall’operatore, che appare morfologicamente migliore e con una buona motilità. Dal momento che la motilità e la morfologia degli spermatozoi sono correlati alla frammentazione del DNA, nella scelta degli spermatozoi visibilmente migliori, indirettamente vengono scelti anche quelli con più bassa frammentazione del DNA.

Qualità degli embrioni

Considerando 80 studi che hanno analizzato il rapporto tra la frammentazione del DNA spermatico con la qualità degli embrioni, il 34% di essi hanno mostrato un’associazione inversa tra i due parametri, mentre i restanti studi non hanno riportato alcuna relazione significativa tra i parametri. Inoltre, rispetto agli altri test, i risultati degli studi in cui è stato utilizzato il Comet assay hanno mostrato una correlazione più forte tra la frammentazione del DNA e la scarsa qualità embrionaria. Ciò potrebbe essere dovuto alla maggiore sensibilità del test, che misura la frammentazione del DNA sia a singolo che a doppio filamento, dopo completa decondensazione della cromatina spermatica (che tuttavia potrebbe facilitare l’ulteriore frammentazione del DNA).

Gravidanze cliniche

Dall’analisi dei risultati statistici relativi a 17.744 cicli di trattamento si evince che il danno del DNA spermatico è associato al raggiungimento e all’esito delle gravidanze cliniche dopo la fecondazione assistita, con una correlazione più forte nei metodi diretti (TUNEL e Comet assay) rispetto a quelli indiretti (SCSA e SCD).

Tirando le somme di quanto detto in questo articolo si può sicuramente affermare che ci sia una correlazione inversa tra il raggiungimento della gravidanza in seguito a un trattamento di fecondazione assistita e la frammentazione del DNA spermatico, mentre meno chiaro è il ruolo della frammentazione sui tassi di fertilizzazione e sulla qualità embrionaria. Tuttavia, se si considera che ad oggi le tecniche per eseguire il test di frammentazione del DNA spermatico non sono standardizzate e che molte di esse sottopongono il DNA a maggior rischio di frammentazione, non ci sentiamo di consigliare questo test e di includerlo tra gli esami di routine. Oltretutto, sebbene un paziente si sottoponga a un test di frammentazione del DNA spermatico e abbia riscontrato una situazione di alterazione, attualmente non vi sono interventi terapeutici consolidati che possano risolvere la condizione (il trattamento con alte dosi di antiossidanti da solo non è sufficiente a contrastare tutte le cause di frammentazione), per cui è sempre meglio tentare un ciclo di fecondazione assistita, preferendo la tecnica ICSI alla FIVET nel caso in cui ci siano ripetuti fallimenti del trattamento e nel caso in cui dagli spermiogrammi si evinca un’alterazione dei parametri, con un quadro di possibile infertilità maschile.

Possa questo articolo rientrare nella categoria dei consigli utili su quegli argomenti ancora dibattuti nel campo della fecondazione assistita, che possa indirizzare le coppie verso la giusta strada da percorrere, perché in questa “selva oscura” dell’infertilità gli specialisti devono porsi anche da guida, farsi carico della responsabilità di condurre i pazienti attraverso il percorso migliore, evitando che incappino in ostacoli, procedure e test non consolidati, in strade alternative e in promesse ingannevoli che non portano da nessuna parte, in “fiere” messe lì lungo il tragitto a distrarre la coppia già a ben ragione disorientata, sottoponendola a ulteriori sborsi economici e stress emotivi non necessari.

 

Riferimenti:

1.     Lewis S.E., John Aitken R., Conner S.J., Iuliis G.D., Evenson D.P., Henkel R., GiwercmanA., Gharagozloo P. The impact of sperm DNA damage in assisted conception andbeyond: recent advances in diagnosis and treatment. Reprod Biomed Online. 2013Oct;27(4):325-37.

 

Pannello Trombofilico nel percorso diagnostico della PMA: test di routine o personalizzato?

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Molte coppie che ricorrono alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) e che vogliono assicurarsi al più presto una gravidanza (a buon ragione), o che non riescono ad avere un figlio dopo più cicli, spesso cercano di ricorrere a nuove procedure e trattamenti che sono ancora in via sperimentale. Sebbene alcune di queste procedure siano supportate da prove sufficienti, la maggior parte di esse non dispone di evidenze solide.

È per questo che oggi vogliamo approfondire un altro argomento molto dibattuto, una tematica ancora molto viva nella sfera della ricerca perché ancora non si è giunti a una conclusione certa: è necessario che ogni donna di una coppia che ricorre alla PMA si sottoponga allo screening per la trombofilia? E’ un test di routine indispensabile o un esame immotivato? C’è correlazione tra la trombofilia e i risultati delle tecniche di fecondazione assistita?

La trombofilia è una condizione clinica caratterizzata da un’ipercoagulazione del sangue e quindi dalla tendenza, causata da cause genetiche o acquisite, allo sviluppo di trombi venosi o arteriosi. Una possibile associazione tra trombofilia e fallimento d’impianto embrionario nei cicli di PMA, secondo un’ipotesi, verrebbe da una potenziale occlusione microvascolare a livello della decidua (strato della mucosa dell’utero che farà poi parte della placenta) o del corion. Tuttavia non è ancora chiaro se la trombofilia congenita o acquisita sia la causa effettiva alla base del fallimento dell’impianto. Per questo motivo l’utilità dell’esecuzione del pannello della trombofilia per le donne che si sottopongono a fecondazione assistita rimane controversa.

La predisposizione genetica al tromboembolismo venoso che caratterizza le trombofilie congenite di solito è dovuta all’assenza o all’alterazione di una proteina funzionale della cascata della coagulazione. Le anomalie genetiche più diffuse nelle trombofilie congenite includono le mutazioni del gene del fattore V di Leiden, della protrombina, della metilen-tetraidrofolato reduttasi (MTHFR) e carenze delle proteine ​​anticoagulanti C e S e dell’antitrombina. Ad oggi gli studi condotti per verificare la correlazione tra una di queste mutazioni trombofiliche, sia in forma omozigote che eterozigote, e l’aumento del rischio di fallimento d’impianto o di gravidanza hanno dato risultati contrastanti e non hanno evidenziato una differenza significativa tra i tassi di successo della PMA in donne con trombofilia o senza. Alcuni studi hanno evidenziato un’associazione positiva tra alcune mutazioni geniche, che sono causa frequente di trombofilia, e la perdita ricorrente di gravidanza nel secondo trimestre (RPL, quando si hanno 2 o più aborti), tuttavia si basano su un numero di casi non sufficiente a garantire una significatività statistica.

Oltre alle trombofilie congenite sopra menzionate, anche condizioni acquisite possono aumentare il rischio di trombosi: la sindrome da anticorpi antifosfolipidi (APS), la trombocitopenia indotta dall’eparina, l’emoglobinuria parossistica notturna, sindromi mieloproliferative, una sindrome paraneoplastica, la stessa gravidanza, l’uso di contraccettivi orali e l’aumento dei livelli di estrogeni. In particolare, l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’APS per diverse ragioni. Innanzitutto, l’aumento nel siero dei livelli di estradiolo durante la stimolazione ovarica e la fase luteale può ulteriormente aumentare il già elevato rischio di trombosi nei pazienti con APS. In secondo luogo, la coagulazione aumentata può ostacolare l’impianto degli embrioni e il processo di sviluppo della gravidanza attraverso l’occlusione vascolare. Inoltre, recenti studi hanno suggerito che l’APS possa portare alla perdita della gravidanza attraverso una risposta infiammatoria e l’attivazione del complemento piuttosto che attraverso una trombosi. Diversi esperimenti hanno dimostrato che la perdita ricorrente di gravidanza è associata al ritrovamento di anticorpi antifosfolipidi (anticorpi collegati alla trombosi), in particolare all’anticoagulante lupico (LA), agli anticorpi anti-cardiolipina (ACA, IgM e IgG) e agli anticorpi anti β2-glicoproteina I (aβ2GPI, IgG e IgM). Per cui la raccomandazione della Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (ESHRE) è di effettuare lo screening per questi tre anticorpi antifosfolipidi solo nelle donne che hanno avuto due o più aborti (RPL).

Altrettanto importante è che non ci sono prove sufficienti a sostegno del vantaggio della terapia anticoagulante per migliorare l’esito della fecondazione assistita nelle pazienti con trombofilia congenita ma sembra che l’aspirina, l’eparina non frazionata e quella a basso peso molecolare possano essere utili nel trattamento dell’APS (impedendo la complementazione più che attraverso l’effetto antitrombotico).

L’assenza di trattamenti univoci, sicuri, efficaci e comprovati che diminuiscano il rischio di una futura perdita di gravidanza nelle donne trombofiliche che ricorrono alla PMA insieme all’incoclusività degli studi sulla relazione tra trombofilia e il successo della PMA ci impedisce di raccomandare il pannello trombofilico a tutte le donne che si rivolgono a un centro di infertilità. Tuttavia, come consiglia anche l’ESHRE, dovrebbe essere effettuato uno studio attento della storia personale e familiare, tenendo conto di condizioni mediche concomitanti, di eventuale APS, dell’età e di eventuale condizioni di obesità, per ottenere una valutazione del rischio di complicazioni trombotiche in ogni donna che si sottopone a stimolazione ovarica. Se il rischio sussiste, lo screening è più che giustificato.

Da qui si comprende l’importanza di rapportare il caso specifico con la necessità di eseguire un pannello trombofilico o meno: non a caso, la personalizzazione del trattamento è uno dei baluardi del nostro centro Criagyn. D’altro canto, per tutti i motivi esposti, riteniamo che non si possa includere il pannello trombofilico tra gli esami di routine, sorvolando l’ulteriore carico economico ed emotivo sproporzionato al rischio assoluto.

Molte coppie che ricorrono alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) e che vogliono assicurarsi al più presto una gravidanza (a buon ragione), o che non riescono ad avere un figlio dopo più cicli, spesso cercano di ricorrere a nuove procedure e trattamenti che sono ancora in via sperimentale. Sebbene alcune di queste procedure siano supportate da prove sufficienti, la maggior parte di esse non dispone di evidenze solide.

È per questo che oggi vogliamo approfondire un altro argomento molto dibattuto, una tematica ancora molto viva nella sfera della ricerca perché ancora non si è giunti a una conclusione certa: è necessario che ogni donna di una coppia che ricorre alla PMA si sottoponga allo screening per la trombofilia? E’ un test di routine indispensabile o un esame immotivato? C’è correlazione tra la trombofilia e i risultati delle tecniche di fecondazione assistita?

La trombofilia è una condizione clinica caratterizzata da un’ipercoagulazione del sangue e quindi dalla tendenza, causata da cause genetiche o acquisite, allo sviluppo di trombi venosi o arteriosi. Una possibile associazione tra trombofilia e fallimento d’impianto embrionario nei cicli di PMA, secondo un’ipotesi, verrebbe da una potenziale occlusione microvascolare a livello della decidua (strato della mucosa dell’utero che farà poi parte della placenta) o del corion. Tuttavia non è ancora chiaro se la trombofilia congenita o acquisita sia la causa effettiva alla base del fallimento dell’impianto. Per questo motivo l’utilità dell’esecuzione del pannello della trombofilia per le donne che si sottopongono a fecondazione assistita rimane controversa.

La predisposizione genetica al tromboembolismo venoso che caratterizza le trombofilie congenite di solito è dovuta all’assenza o all’alterazione di una proteina funzionale della cascata della coagulazione. Le anomalie genetiche più diffuse nelle trombofilie congenite includono le mutazioni del gene del fattore V di Leiden, della protrombina, della metilen-tetraidrofolato reduttasi (MTHFR) e carenze delle proteine ​​anticoagulanti C e S e dell’antitrombina. Ad oggi gli studi condotti per verificare la correlazione tra una di queste mutazioni trombofiliche, sia in forma omozigote che eterozigote, e l’aumento del rischio di fallimento d’impianto o di gravidanza hanno dato risultati contrastanti e non hanno evidenziato una differenza significativa tra i tassi di successo della PMA in donne con trombofilia o senza. Alcuni studi hanno evidenziato un’associazione positiva tra alcune mutazioni geniche, che sono causa frequente di trombofilia, e la perdita ricorrente di gravidanza nel secondo trimestre (RPL, quando si hanno 2 o più aborti), tuttavia si basano su un numero di casi non sufficiente a garantire una significatività statistica.

Oltre alle trombofilie congenite sopra menzionate, anche condizioni acquisite possono aumentare il rischio di trombosi: la sindrome da anticorpi antifosfolipidi (APS), la trombocitopenia indotta dall’eparina, l’emoglobinuria parossistica notturna, sindromi mieloproliferative, una sindrome paraneoplastica, la stessa gravidanza, l’uso di contraccettivi orali e l’aumento dei livelli di estrogeni. In particolare, l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’APS per diverse ragioni. Innanzitutto, l’aumento nel siero dei livelli di estradiolo durante la stimolazione ovarica e la fase luteale può ulteriormente aumentare il già elevato rischio di trombosi nei pazienti con APS. In secondo luogo, la coagulazione aumentata può ostacolare l’impianto degli embrioni e il processo di sviluppo della gravidanza attraverso l’occlusione vascolare. Inoltre, recenti studi hanno suggerito che l’APS possa portare alla perdita della gravidanza attraverso una risposta infiammatoria e l’attivazione del complemento piuttosto che attraverso una trombosi. Diversi esperimenti hanno dimostrato che la perdita ricorrente di gravidanza è associata al ritrovamento di anticorpi antifosfolipidi (anticorpi collegati alla trombosi), in particolare all’anticoagulante lupico (LA), agli anticorpi anti-cardiolipina (ACA, IgM e IgG) e agli anticorpi anti β2-glicoproteina I (aβ2GPI, IgG e IgM). Per cui la raccomandazione della Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (ESHRE) è di effettuare lo screening per questi tre anticorpi antifosfolipidi solo nelle donne che hanno avuto due o più aborti (RPL).

Altrettanto importante è che non ci sono prove sufficienti a sostegno del vantaggio della terapia anticoagulante per migliorare l’esito della fecondazione assistita nelle pazienti con trombofilia congenita ma sembra che l’aspirina, l’eparina non frazionata e quella a basso peso molecolare possano essere utili nel trattamento dell’APS (impedendo la complementazione più che attraverso l’effetto antitrombotico).

L’assenza di trattamenti univoci, sicuri, efficaci e comprovati che diminuiscano il rischio di una futura perdita di gravidanza nelle donne trombofiliche che ricorrono alla PMA insieme all’incoclusività degli studi sulla relazione tra trombofilia e il successo della PMA ci impedisce di raccomandare il pannello trombofilico a tutte le donne che si rivolgono a un centro di infertilità. Tuttavia, come consiglia anche l’ESHRE, dovrebbe essere effettuato uno studio attento della storia personale e familiare, tenendo conto di condizioni mediche concomitanti, di eventuale APS, dell’età e di eventuale condizioni di obesità, per ottenere una valutazione del rischio di complicazioni trombotiche in ogni donna che si sottopone a stimolazione ovarica. Se il rischio sussiste, lo screening è più che giustificato.

Da qui si comprende l’importanza di rapportare il caso specifico con la necessità di eseguire un pannello trombofilico o meno: non a caso, la personalizzazione del trattamento è uno dei baluardi del nostro centro Criagyn. D’altro canto, per tutti i motivi esposti, riteniamo che non si possa includere il pannello trombofilico tra gli esami di routine, sorvolando l’ulteriore carico economico ed emotivo sproporzionato al rischio assoluto.

 

Lo scratching endometriale favorisce davvero l’impianto dell’embrione?

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L’impianto embrionale continua a essere una possibile fase limitante nel successo dei trattamenti di fecondazione assistita. Affinché avvenga un impianto, l’embrione in formazione (allo stadio di blastocisti) deve aderire all’endometrio sotto l’influenza di estrogeni e progesterone. Molti fattori possono influenzare il potenziale di impianto di un embrione, inclusi la qualità degli spermatozoi, degli ovociti e degli embrioni oltre a fattori iatrogeni, come le condizioni di laboratorio e la qualità del transfer embrionario. In aggiunta, molte condizioni della cavità uterina possono influenzare la capacità di impianto dell’embrione, come fibromi sottomucosi, adesioni intrauterine e polipi endometriali.

Nel corso degli anni sono state sperimentate diverse tecniche per cercare di migliorare il tasso d’impianto embrionale. Una delle più dibattute nell’ambito della fecondazione assistita è sicuramente il cosiddetto scratching endometriale, letteralmente un “graffio”, una lesione praticata sul rivestimento interno dell’utero che ne migliorerebbe la ricettività. Ma è davvero così? Cosa dicono le ultime ricerche? Come viene effettuata la tecnica?

Il rigore scientifico ci impone categoricamente di parlare di questo argomento con onestà intellettuale, senza enfatizzarne i benefici e promettere certezze, un’inclinazione che combacia col metodo scientifico che impedisce di poter affermare la veridicità di un’ipotesi se non si hanno a disposizione un numero sufficiente di evidenze: in questo caso l’utilità di una procedura medico-chirurgica. Per cui scopriamo insieme ad oggi quali sono le attuali conoscenze sullo scratching endometriale.

Come si esegue il graffio?

La lesione endometriale viene solitamente eseguita utilizzando un microcatetere chiamato pipelle, largo 3 millimetri, ma può essere anche praticata con una curette o una sonda per isteroscopia. Dopo aver inserito uno speculum per trovare la cervice uterina, il catetere viene introdotto nella cavità dell’utero per 6-7 centimetri fino a raggiungere il fondo e lo stantuffo interno viene quindi tirato per creare una pressione negativa nella cavità; dopo di che il catetere viene gradualmente ruotato mentre viene spostato su e giù più volte nella cavità uterina per produrre delle lesioni sulla superficie dell’endometrio. La procedura dura pochi minuti, ma va tenuto presente che può causare crampi, dolori o lievi emorragie e che il rischio di perforazioni uterine e di infezioni, sebbene sia raro, non può essere escluso.

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Quando viene effettuato?

La maggioranza degli studi fino ad oggi suggerisce che il graffio endometriale dovrebbe essere eseguito approssimativamente sette giorni prima dell’inizio delle mestruazioni (intorno al 21° giorno del ciclo mestruale), durante la fase luteale, immediatamente prima dell’inizio della stimolazione ovarica praticata nel trattamento di fecondazione assistita. Tutte le coppie dovrebbero essere dunque informate sull’importanza di avere rapporti protetti nel mese in cui verrà effettuato lo scratching endometriale, poiché c’è il rischio di eseguire la procedura in presenza di una gravidanza precoce. La procedura non dovrebbe essere eseguita nelle fasi successive, durante il ciclo di trattamento della fecondazione assistita, come mostrato da uno studio prospettico in cui è stata eseguita la procedura al momento del prelievo degli ovociti portando ad una diminuzione del tasso di gravidanza.

Perché viene praticato?

Il meccanismo mediante il quale una lesione endometriale può portare a un miglioramento del risultato delle tecniche di fecondazione assistita nelle donne con ripetuti fallimenti di impianto non è ancora del tutto chiaro. Un impianto di successo richiede lo sviluppo sincrono dell’endometrio e dell’embrione. Alcuni studi suggeriscono che il ripetuto fallimento d’impianto possa essere correlato all’asincronia dello sviluppo dell’endometrio con lo stadio embrionale e, in particolare, che lo sviluppo endometriale nei cicli di fecondazione assistita possa essere avanzato rispetto a quello dei cicli naturali di 2-4 giorni. Si ipotizza che la lesione endometriale locale, nei cicli stimolati, ritardi lo sviluppo endometriale a causa del processo di riparazione della ferita e quindi corregga la presunta asincronia. Inoltre alcuni ipotizzano che il processo di riparazione sia anche associato ad un aumento della produzione di fattori, da parte delle cellule epiteliali endometriali, che favoriscono l’impianto (molecole di adesione, citochine, fattori di crescita ed enzimi). In aggiunta una possibile ragione per la quale il graffio endometriale migliorerebbe l’impianto degli embrioni sarebbe una risposta infiammatoria locale dopo il danno tissutale, con aumento di globuli bianchi che produrrebbero fattori di crescita e citochine che potrebbero condizionare l’impianto embrionale.

Cosa dicono le ricerche a riguardo?

Dopo le prime osservazioni storiche, effettuate su cavie, che fornirono le prove iniziali di un miglioramento della ricettività uterina, sono stati condotti diversi studi che hanno esaminato l’impatto dello scratching endometriale in donne con insufficienza di impianto embrionale ricorrente. I risultati tuttavia sono molto contrastanti, con alcuni studi che riportano dei miglioramenti nei tassi di impianto in seguito alla procedura e altri in cui non è stato identificato alcun beneficio nel ciclo di fecondazione assistita. Inoltre ad oggi non sono stati effettuati studi su un numero di casi sufficiente affinché il risultato finale sia considerato statisticamente rilevante e in più gli esiti positivi sembrano riguardare solamente donne con età inferiore ai 40 anni che abbiano già affrontato, senza successo, un minimo di tre trasferimenti di embrioni. Sono dunque indispensabili ulteriori ricerche per verificare se lo scratching endometriale possa davvero aiutare le coppie ad avere un bambino in un ciclo di fecondazione assistita. Queste ricerche dovrebbero essere sotto forma di studi randomizzati di grandi dimensioni con metodi appropriati per evitare distorsioni e dovrebbero riferire il rischio reale di eventi avversi come sanguinamento, dolori e infezioni.

In conclusione, alla luce di tutte le evidenze che si hanno sull’argomento, si può affermare che attualmente non ci sono ancora prove scientifiche sufficientemente solide per confermare che lo scratching endometriale possa aumentare i tassi di successo di impianto embrionale, evidenze che permettano quindi di elevarlo a tecnica di elezione per una coppia con problemi di infertilità. Anzi, dal nostro canto sentiamo il dovere di essere cauti nei confronti di questa procedura che, secondo i dati attuali, non fornisce un chiaro vantaggio e non si basa su basi scientifiche robuste, non essendo oltretutto esente da rischi. Il percorso di infertilità di coppia è già di per sé delicato e richiede che una coppia si sottoponga a diversi esami, interventi e procedure oltre ad affrontare un peso morale percepito in maniera più o meno gravosa. Se poi si vogliono anche aggiungere procedure non consolidate, con un razionale ancora non ben compreso e con risultati contrastanti, si alimentano solo false speranze e illusioni che non dovrebbero far parte della deontologia della nostra professione. L’onestà, la sincerità e il mettere la coppia a conoscenza dell’effettiva probabilità di avere un figlio in base alla loro situazione specifica dovrebbero essere comportamenti che sovrastino la compravendita di illusioni e di soluzioni miracolose, magari propinate solo per un tornaconto personale. Perché i pazienti vengono prima di tutto.

Cos’è l’analisi del liquido seminale o spermiogramma?

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Quando una coppia si rivolge per la prima volta a uno specialista in Fecondazione Assistita, il primo passaggio che viene effettuato è ottenere una diagnosi accurata di infertilità. Fondamentale è prendere in considerazione entrambi i componenti di una coppia. La diagnosi di infertilità dell’uomo è altrettanto importante di quella della donna: si parla non a caso di infertilità di coppia, perché la percentuale di potenzialità fecondante della coppia deriva dall’integrazione delle potenzialità dei due componenti singolarmente intesi. Basti guardare alle percentuali delle cause d’infertilità del Registro Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita per rendersene conto:

  • infertilità maschile: 29,3%
  • infertilità femminile: 37,1%
  • infertilità maschile e femminile: 17,6%
  • infertilità idiopatica: 15,1%
  • fattore genetico: 0,9%

Come si può notare, quasi un terzo dei casi è dovuto a infertilità maschile e ancora più preoccupante è sapere che, secondo molti studi, la concentrazione degli spermatozoi nel liquido seminale si sarebbe pressoché dimezzata negli ultimi 50 anni a causa di fattori ambientali tra cui lo stile di vita, l’inquinamento e l’alimentazione.

È in quest’ambito che vogliamo parlarvi dunque dell’esame andrologico sicuramente più diffuso nel campo della Fecondazione Assistita, nonché una delle prime indagini che bisognerebbe necessariamente eseguire nel percorso diagnostico: l’analisi del liquido seminale o spermiogramma.

Lo spermiogramma è un esame eseguito da biologi che permette di analizzare la qualità del liquido seminale attraverso la valutazione di parametri macroscopici, come il pH e il volume seminale, nonché microscopici, tra cui la morfologia, la motilità e il numero di spermatozoi. Anche in base ai risultati dello spermiogramma vengono in seguito decisi il percorso personalizzato e le tecniche di fecondazione assistita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stabilito (all’interno del Manuale del WHO 2010) [2] le modalità preparatorie, gli strumenti e i valori di riferimento che costituiscono lo standard internazionale per eseguire e interpretare uno spermiogramma. Sulla base di queste linee guida e dei risultati ottenuti, possono essere individuate eventuali anomalie che possono portare a infertilità maschile e anticipare, unitamente ai risultati della diagnosi femminile, quali siano le probabilità di una gravidanza.

Da premettere necessariamente che non sempre deviazioni dai parametri seminali di riferimento riflettono condizioni patologiche ma possono ricadere nell’ambito di variazioni fisiologiche intraindividuali, oltre al fatto che l’assunzione di antibiotici, un periodo di febbre elevata e momenti particolarmente stressanti possono alterare transitoriamente i parametri seminali. Inoltre la raccolta, il trasporto e la valutazione del campione seminale dovrebbero essere eseguite adeguatamente, procedure non sempre scontate soprattutto da parte di quei laboratori “tuttofare”, non specializzati nella Procreazione Medicalmente Assistita.

Affinché i risultati di un’analisi del liquido seminale siano accurati, bisogna astenersi dai rapporti sessuali e dalla masturbazione per 2-7 giorni prima dell’analisi.

Il liquido seminale viene raccolto mediante masturbazione in un contenitore sterile, preferibilmente in una stanza dedicata della nostra Clinica, ponendo attenzione a raccogliere l’intero campione, anche la prima frazione ricca di spermatozoi che sovente può capitare di perdere.

Il processo di analisi del campione seminale è diviso in due fasi: valutazione macroscopica e valutazione microscopica.

Valutazione macroscopica

Un esame macroscopico prende in considerazione diverse caratteristiche chimico-fisiche del liquido seminale ed è la prima analisi effettuata in uno spermiogramma, eseguita entro la prima ora dall’eiaculazione. In particolare vengono valutati i seguenti parametri:

Aspetto

In condizioni normali, il colore del liquido seminale è avorio opalescente. Se dovesse essere diverso, potrebbe indicare: una concentrazione di spermatozoi bassa (aspetto meno opaco, acquoso); un difetto delle vescicole seminali (aspetto lattescente); l’elevata presenza di globuli bianchi, di bilirubina o l’assunzione di vitamine o farmaci (aspetto giallognolo pioide); la presenza di globuli rossi (rosso-bruno) .

Volume

È utilizzato per misurare, in millilitri (ml), la quantità di liquido seminale prodotto con l’eiaculazione. Il volume dell’eiaculato è costituito dall’unione dei secreti delle ghiandole accessorie dell’apparato genitale maschile (prodotti principalmente dalle vescicole seminali e dalla prostata e in quantità minore dalle ghiandole bulbouretrali e dagli epididimi). Valori da 1,5 ml o superiori sono considerati normali (al di sotto si parla di ipospermia mentre al di sopra dei 6 ml di iperspermia; l’assenza di liquido seminale viene definita aspermia).

Liquefazione

Misura il tempo impiegato dallo sperma per passare dallo stato di coagulo a quello liquido. Normalmente, si verifica tra i 10 e i 60 minuti a temperatura corporea (37 °C). Se la fluidificazione non avviene entro un’ora dall’eiaculazione deve essere segnalato.

Viscosità

Per essere esaminata, si fa gocciolare il liquido seminale da una pipetta, osservando come questo cade per gravità. La viscosità è normale se le gocce cadono una dopo l’altra in maniera ritmica, mentre è aumentata se le gocce sono sostituite da un unico filamento lungo più di 2 cm (indice di patologie infiammatorie o di alterazioni secretive delle ghiandole accessorie) oppure è diminuita se le gocce si staccano più velocemente (a causa di una bassa concentrazione di spermatozoi).

pH

I valori normali del pH del liquido seminale variano tra 7,2 e 8,0 e derivano dal bilanciamento della secrezione delle vescicole seminali alcaline e della secrezione prostatica acida. I risultati sopra o sotto la media possono indicare un’infezione o alterazioni dell’apparato genitale maschile.

Valutazione microscopica

Attraverso un’analisi microscopica del liquido seminale si possono valutare i seguenti parametri:

Concentrazione

Il numero degli spermatozoi viene valutato in due modi: la concentrazione di spermatozoi per millilitro (ml), che è considerata normale quando il risultato è di 15 milioni/ml o superiore; il numero totale di spermatozoi nell’eiaculato, con valori nel range della normalità da 39 milioni di spermatozoi/ml in poi. Quando la concentrazione è al di sotto dei limiti di riferimento si parla di oligozoospermia, mentre si parla di criptozoospermia quando gli spermatozoi risultano essere assenti nei preparati a fresco, ma vengono osservati dopo una centrifugazione. L’assenza totale di spermatozoi nell’eiaculato viene definita azoospermia.

Motilità

Generalmente ci sono due valori della motilità degli spermatozoi che vengono valutati: il conteggio totale degli spermatozoi mobili, che dovrebbe essere almeno del 40%, e la motilità progressiva totale, ossia la capacità degli spermatozoi di muoversi attivamente, in modo lineare o non lineare, indipendentemente dalla velocità, che dovrebbe essere considerata normale per valori dal 32% in su (al di sotto si parla di astenozoospermia). All’interno della motilità progressiva totale, nei nostri laboratori distinguiamo anche tra motilità progressiva veloce (grado A) e tra motilità progressiva lenta (grado B) in quanto il grado di motilità di uno spermatozoo è uno degli indici della sua capacità fertilizzante, oltre a valutare la percentuale degli spermatozoi con motilità non progressiva (grado C), cioè che non sono capaci di avanzare nello spazio ma compiono piccoli movimenti su sé stessi, e la percentuale di quelli immobili (grado D).

Vitalità

Generalmente questo test viene eseguito soprattutto come controllo della precedente analisi della motilità, per campioni con meno del 40% di motilità progressiva dove, distinguere tra spermatozoi immobili non vitali e quelli vitali, potenzialmente in grado di fecondare con una tecnica di Fecondazione Assistita, può essere di grande utilità clinica. Il test più utilizzato è quello mediante eosina, un colorante cellulare, con valori normali di vitalità superiori al 58% (al di sotto si parla di necrozoospermia).

Morfologia

Viene valutato l’aspetto delle singole parti dello spermatozoo: la forma della testa, del tratto intermedio e della coda. Inoltre viene considerata anche la percentuale di eventuali spermatozoi con difetti multipli o con residui citoplasmatici in eccesso. Le linee guida dell’OMS ritengono che un campione seminale sia morfologicamente normale quando almeno il 4% del totale degli spermatozoi abbia una forma normale (la condizione con valori inferiori a questo viene definita teratozoospermia).

Valutazione della componente non spermatica

Non è raro trovare altre cellule nel campione seminale, oltre agli spermatozoi. Spesso è possibile riconoscere globuli bianchi, globuli rossi, cellule della linea germinativa (da cui derivano gli spermatozoi), cellule epiteliali di sfaldamento, corpuscoli prostatici, zone di spermioagglutinazione o di spermioaggregazione (zone di adesione degli spermatozoi tra di loro o con altri elementi). Se tali componenti sono diffusi più del normale nel campione seminale, ciò viene segnalato nel referto in quanto potrebbero essere indicatori di patologia.

Selezione degli spermatozoi

Le metodiche di selezione permettono di separare gli spermatozoi dal plasma seminale e da tutte le componenti diverse dagli spermatozoi, di concentrare gli spermatozoi in un piccolo volume, di selezionare gli spermatozoi migliori per motilità e/o morfologia e infine di preparare lo spermatozoo all’incontro con l’ovocita (capacitazione). Le metodiche di selezione più utilizzate sono lo swim-up e il gradiente di densità.

 

In questo articolo si è cercato di fornire al lettore che si approccia per le prime volte al mondo della Fecondazione Assistita gli strumenti basilari per poter comprendere un referto dell’esame seminale, nonché la testimonianza della presa di coscienza ormai sempre più forte da parte della classe medica che un problema di fertilità non può essere attribuito sempre e comunque alla partner femminile, come accadeva in passato, ma che vanno sempre considerati contemporaneamente i due membri della coppia, al fine di evitare “accanimenti” su uno dei due partner non appena risulti una piccola deviazione dai parametri normali. La gioia di avere un bambino accomuna i componenti di una coppia e anche il percorso non sempre roseo verso il concepimento dovrebbe essere condiviso. Un esame come lo spermiogramma potrebbe causare imbarazzo in un uomo, ma può confortare sapere che, al contrario di quello che si pensa, è ormai un test di routine (si pensi al fatto che circa un quinto della popolazione mondiale ha problemi di infertilità e lo spermiogramma è un esame necessario per chi inizia un ciclo di fertilità) e che noi del centro Criagyn abbiamo pianificato il percorso nei minimi dettagli, guidando i nostri pazienti in ogni passaggio, per garantire privacy e tranquillità nonché un accurato svolgimento delle analisi.

 

Consigli da seguire dopo il trasferimento embrionale

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Per qualsiasi paziente che ricorre alla procreazione medicalmente assistita la procedura di trasferimento embrionale è un passaggio emozionante e al contempo stressante nel trattamento della fertilità. Rappresenta il momento in cui gli embrioni vengono trasferiti all’interno della cavità uterina: questo può accadere al terzo giorno dopo la fecondazione oppure al quinto giorno (allo stadio di blastocisti). Dopo le settimane di terapia e monitoraggio, il pick-up (prelievo ovocitario) e l’ansiosa attesa di vedere come si sviluppano gli embrioni, questa fase finale del processo di fecondazione in vitro diventa piena di aspettative. Una volta che gli embrioni sono stati collocati nell’utero, un ultimo processo deve verificarsi prima che una paziente sia ufficialmente incinta: l’annidamento (o impianto) embrionale.

L’annidamento si verifica quando un embrione in fase di blastocisti penetra la mucosa uterina, aderendo all’endometrio.

Che cosa influenza i tassi di successo dell’impianto?

La probabilità con cui gli embrioni si impiantano con successo dipende principalmente da tre fattori: la qualità dell’embrione, la ricettività dell’utero e la qualità del transfer embrionario. La maggior parte dei fallimenti di impianto sono dovuti ad anomalie cromosomiche nell’embrione (ovvero le aneuploidie), il che spiega perché i tassi di impianto scendono man mano che una donna invecchia. Se una paziente soffre di scarsa qualità ovocitaria, gli embrioni risultanti potrebbero non essere abbastanza sani per impiantarsi.

Molte pazienti del nostro centro Criagyn ci chiedono cosa possano fare per massimizzare le possibilità di impianto degli embrioni dopo il trasferimento. Sebbene sia difficile accettare che l’impianto sia in gran parte fuori dal controllo della paziente, è importante riconoscere che le azioni che si intraprendono molto difficilmente possono influenzare lo sviluppo o meno di un embrione. L’essere troppo preoccupati d’influenzare l’impianto causa uno stress inutile in un momento in cui si dovrebbe fare del proprio meglio per rilassarsi.

Detto questo, ci sono alcuni suggerimenti che si possono seguire dopo il trasferimento embrionale per ottenere migliori possibilità di successo. Per semplificare la lettura, vengono schematizzati qui di seguito i comportamenti da adottare e quelli da evitare:

CONSIGLIATO

  • Relax: Molte volte, dopo il trasferimento embrionale, le donne si sentono ansiose di alzarsi e muoversi avendo paura che l’embrione possa “cadere”. L’embrione è tenuto in posizione da forze opposte nell’endometrio, indipendentemente dal fatto che ci si trovi in posizione supina o meno. Infatti, nelle fasi precoci dell’impianto, l’embrione aderisce all’epitelio endometriale per contatto tra i microvilli sottili del trofoblasto e le microprotrusioni (pinopodi) dell’epitelio dell’endometrio. Tutti gli studi e le evidenze scientifiche hanno provato inconfutabilmente che non c’è alcuna differenza, in termini di risultati positivi, tra le donne lasciate a riposo per 20 minuti dopo il transfer e quelle che vi sono rimaste per 24 ore. Nel 2004 il National Institute of Clinical Excellence (NICE) raccomandò: ”Le donne devono essere informate che il riposo dopo il transfer per più di 20 minuti non migliora il risultato dei trattamenti di fecondazione in vitro“.  Pertanto, osservato il breve riposo dopo il transfer, la donna può e deve tornare a fare la vita di sempre. Alimentare il mito che il riposo sia necessario per l’impianto degli embrioni contribuisce a favorire inutili sensi di colpa e l’ansia dell’attesa del risultato. Non ha senso che il riposo a letto vada oltre il tempo in cui la paziente resta presso il nostro centro Criagyn: dopo le dimissioni si consiglia semplicemente un ritmo di vita tranquillo e rilassato per qualche giorno, fino al test di gravidanza.
  • Attività moderata: Fatta eccezione per l’attività fisica e i lavori pesanti, svolgere quotidianamente un’attività moderata, come delle tranquille passeggiate, può favorire la circolazione ed è un ottimo metodo per automotivarsi. La paziente può camminare, andare a lavorare, può viaggiare con qualsiasi mezzo di trasporto (macchina, aereo, treno) senza alcuna ripercussione sulla procedura, né a causa delle vibrazioni né dell’altitudine. Basta solo evitare lo sforzo fisico intenso, come il sollevare oggetti pesanti o condurre attività fisiche faticose e prolungate.
  • Bere molta acqua: È sempre altamente consigliato bere abbondantemente e limitare il più possibile il consumo di sale, controllando che la minzione sia normale e che non si verifichi ritenzione di liquidi eccessiva (la paziente in questo caso avrà una sensazione di gonfiore).
  • Mangiare sano: L’alimentazione deve essere sana ed equilibrata e in linea generale si può mangiare un po’ di tutto osservando delle piccole accortezze. Sul web si discute di varie “diete da impianto” e “cibi miracolosi” ma non ci sono prove concrete a sostegno della loro efficacia. Concentrarsi troppo su un alimento o su un gruppo di alimenti potrebbe sviare dalla nutrizione equilibrata di cui si ha bisogno per crescere un bambino sano. La migliore dieta per aiutare l’impianto è la stessa dieta che si dovrebbe assumere durante tutto il trattamento e la gravidanza: bilanciata da un punto di vista nutrizionale, ricca in fibre, legumi e verdure (anche per evitare la stitichezza, frequente in questi casi) eventualmente complementata di vitamine o integratori sotto il consiglio del medico.
  • Essere positivi: Mantenere una visione positiva, oltre a mantenere calmi e concentrati, riduce lo stress e gli effetti negativi che possono avere sul corpo. Meglio non affrontare da sole lo stress e lasciare che altri risollevino il morale nell’attesa di scoprire se l’impianto dell’embrione abbia avuto successo. Grazie anche al supporto del partner, della famiglia, degli amici e dello staff del nostro centro di fertilità Criagyn è bene rilassarsi, in modo che gli “ormoni del benessere” possano prevalere. Ascoltare la musica che piace, ridere, guardare la serie tv preferita e fare tutto ciò che fa sentire bene in questa fase del trattamento può essere di grande beneficio.

SCONSIGLIATO

  • Attività faticose: in questa fase è meglio evitare le attività troppo faticose e prolungate, come sport estremi, sollevare oggetti pesanti, svolgere lavori troppo stancanti. Infatti gli sforzi intensi potrebbero stimolare le contrazioni uterine, che si vogliono evitare per ovvi motivi.
  • Temperature estreme e immersioni: vasche idromassaggio, saune, bagni turchi, esposizione al sole o lampade o qualsiasi attività che aumenta la temperatura interna è da evitare perché potrebbe danneggiare l’embrione. In generale poi è meglio non immergersi in acqua, evitando piscine, vasche da bagno o il mare durante questo periodo, in quanto rendono vulnerabili alle infezioni causate dalle piccole quantità di acqua che potrebbero entrare nella cavità uterina. Meglio attenersi a una doccia rilassante, seguendo i consigli del medico.
  • Fumo, alcol, droghe, caffeina: Bisogna evitare tutte le sostanze che possono essere nocive per l’embrione come alcol, nicotina, droghe e caffeina. Se non si può fare a meno del caffè, si consiglia di bere caffè decaffeinato. Per quanto riguarda il fumo, questo porta alla restrizione dei vasi sanguigni, compresi quelli dell’utero. Gli studi suggeriscono che il fumo riduce le possibilità di successo della fecondazione in vitro. È sempre un buon momento per smettere di fumare e di bere alcol eccessivamente e questa potrebbe essere la motivazione giusta.
  • Farmaci: Ridurre al minimo l’uso di farmaci (diversi da quelli che ti sono stati prescritti). Gli unici farmaci da somministrare sono quelli prescritti dal vostro ginecologo durante il trattamento. Se si dovesse aver bisogno di farmaci per qualsiasi altra condizione dopo il trasferimento embrionale, è bene consultare lo specialista con cui si sta seguendo il trattamento.
  • Preoccuparsi per piccole perdite: se appaiono delle lievi perdite di sangue dopo il trasferimento non è il caso di allarmarsi. Non è necessariamente un sintomo di fallimento di impianto o di aborto. La somministrazione di progesterone potrebbe esserne la causa.

In generale i sintomi che possono comparire dopo il trasferimento embrionale variano da donna a donna e anche tra le gravidanze di una stessa donna. Per cui non è necessario elencarli né si dovrebbe essere preoccupati se non compaiono sintomi o segni positivi di impianto perché non si traduce necessariamente in un fallimento del trattamento e inoltre non è possibile sapere come si evolve l’embrione fino al test di gravidanza. Tuttavia, si consiglia di contattare il nostro centro Criagyn nel caso in cui si verifichino sintomi come sanguinamento abbondante, febbre, vomito, gonfiore e dolore addominale o anche dispnea (mancanza di fiato).

Questa breve lettura si propone come supporto online ai frequenti dubbi sui comportamenti da tenere dopo il trasferimento embrionale che giustamente attanagliano le nostre pazienti, ma consigli molto più dettagliati e specifici verranno forniti dalla nostra équipe durante il trattamento. Noi di Criagyn seguiamo ogni nostra paziente che intraprende la strada della procreazione medicalmente assistita sin dalla prima visita, che offriamo gratuitamente, fino al momento della così tanto agognata nascita. Perché è insito nella natura della nostra équipe fornire la massima qualità e rigore nei procedimenti medici e di laboratorio, ma al di sopra di tutto assistere le nostre pazienti per farle sentire curate, protette e ascoltate.

 

Infertilità inspiegata: di cosa si tratta?

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La diagnosi di infertilità è di per sé frustrante da ricevere, ma lo è ancora di più quando si tratta di infertilità inspiegata. E’ anche una diagnosi abbastanza comune. All’incirca una coppia su quattro in età fertile scopre di essere infertile e che non vi è alcuna spiegazione nota del perché non possa concepire. Infertilità inspiegata non significa, tuttavia, che non hai nessuna possibilità di concepire.

In effetti, a seconda della tua età e da quanto tempo ci provi, le probabilità di concepire naturalmente potrebbero essere più alte rispetto alla maggior parte delle altre diagnosi di infertilità. Uno studio del 2012 su poco più di 1.300 donne con infertilità, dai 28 ai 36 anni, ha scoperto che il 43% di coloro che non hanno mai ricevuto un trattamento di fecondazione assistita alla fine ha concepito naturalmente e ha partorito.

Ecco cosa significa la tua diagnosi di infertilità inspiegata e quali sono le possibili ipotesi sulle cause di questo tipo di infertilità.

 
La tua infertilità è davvero inspiegata?

 

La diagnosi di infertilità inspiegata è controversa. Per definizione, è una diagnosi a cui si giunge per esclusione: il medico ha scartato ad una ad una le varie cause di infertilità, eppure non sei in grado di concepire. L’infertilità inspiegata può essere veramente diagnosticata solo dopo una valutazione attenta e completa della fertilità sia del partner maschile che femminile. Una diagnosi di infertilità inspiegata può essere raggiunta se è stato dimostrato che:

  • stai ovulando regolarmente
  • la tua riserva ovarica è buona (valutata con analisi del sangue e con la conta dei follicoli antrali)
  • le tue tube di Falloppio sono aperte e sane (valutato con un isterosalpingografia)
  • l’analisi del liquido seminale del tuo partner presenta parametri nella norma
  • non ci sono gravi problemi uterini (valutato con un’isteroscopia)

Se uno qualsiasi dei precedenti casi non è stato valutato, una diagnosi di infertilità inspiegata può essere prematura.

Inoltre, si potrebbe sostenere che è necessaria una laparoscopia per escludere anche l’endometriosi. L’endometriosi non può essere diagnosticata con l’analisi del sangue o con un’ecografia.

 

Infertilità inspiegata vs. infertilità idiopatica femminile o maschile

 

È importante chiarire che l’infertilità inspiegata non è la stessa cosa dell’infertilità idiopatica femminile o maschile.

Idiopatico significa inspiegata. Tuttavia, quando un medico parla di infertilità maschile idiopatica, per esempio, è stato già determinato che l’uomo è sterile. I risultati dell’analisi del suo liquido seminale non erano normali. Perché i risultati dell’analisi del seme non sono normali? Questo potrebbe non essere noto. Se il medico non è in grado di determinare la causa, si può dire che si tratta di infertilità maschile idiopatica.

L’infertilità femminile idiopatica può verificarsi quando ad esempio una donna non sta ovulando regolarmente o normalmente, ma non è chiaro perché ciò stia avvenendo.

In entrambi gli esempi precedenti, è noto il motivo per cui la coppia non può concepire: lei non sta ovulando o il seme di lui non è nel range della fertilità.

Con il termine infertilità inspiegata, invece, si intende il caso in cui lei ovula regolarmente, l’analisi del liquido seminale ha valori normali, ma la coppia non riesce a ottenere una gravidanza.

 

Possibili spiegazioni per l’infertilità inspiegata 

 

L’infertilità inspiegata non è una condizione sovrannaturale. La causa c’è, ma non si è arrivati ancora a comprenderla.

Ci sono condizioni che sappiamo possono causare problemi, ma non abbiamo ancora un modo per valutarle (o l’unico modo disponibile è invasivo e costoso).

Ecco alcune possibili spiegazioni per l’infertilità inspiegata:

Problema medico sottostante non diagnosticato (non riproduttivo): non comprendiamo ancora completamente come la cattiva salute influisca sulla fertilità in modi più sottili, non ancora misurabili. Ma col tempo stiamo imparando sempre di più.

Ad esempio, la celiachia non trattata può essere la causa di alcuni casi di infertilità inspiegata. Una rianalisi del 2016 di precedenti studi di ricerca ha scoperto che la celiachia può essere diagnosticata circa sei volte più frequentemente nelle donne con infertilità inspiegata rispetto al resto della popolazione. Gli autori dello studio hanno notato, tuttavia, che gli studi precedenti erano realizzati su un numero ristretto di persone, quindi è difficile sapere esattamente quanto siano precise quelle stime. Inoltre, è stato riscontrato che alle donne con qualsiasi tipo di infertilità fosse più probabile riscontrare la celiachia rispetto al resto delle donne.

Altre condizioni sottostanti che possono causare infertilità includono il diabete, disturbi tiroidei non diagnosticati e alcune malattie autoimmuni.

Endometriosi lieve: l’endometriosi grave ha maggiori probabilità di causare problemi di fertilità, evidenti anche senza laparoscopia. Ad esempio, le cisti endometriali possono interferire con l’ovulazione o addirittura causare blocchi delle tube di Falloppio. L’endometriosi lieve, invece, può non interferire con l’ovulazione o il passaggio degli ovociti nelle tube. Potrebbe anche non avere sintomi evidenti. L’endometriosi potrebbe essere alla base di alcuni casi di infertilità inspiegata. Tuttavia, gli esperti non concordano sul fatto che l’endometriosi lieve possa causare infertilità e, in caso affermativo, se la chirurgia laparoscopica per la diagnosi e il recupero dei depositi endometriali sia utile.

Interazione tra l’ambiente vaginale e spermatozoi: dopo l’eiaculazione, gli spermatozoi devono passare dal seme attraverso il muco cervicale. Quindi, devono “nuotare” dalla vagina all’apertura cervicale e infine nell’utero. A volte, potrebbero esserci problemi durante questo periodo di transito, dal seme al muco cervicale fino alla cervice. Ad esempio, potrebbero esserci anticorpi nel muco cervicale o persino nello sperma che attaccano gli spermatozoi. Come diagnosticare efficacemente questo problema non è chiaro, lasciando casi come questi spesso inspiegabili.

Scarsa qualità ovocitaria: esistono test per determinare se stai ovulando o per avere un’idea generale della presenza di ovociti nelle ovaie ma non esiste un test per determinare se gli ovociti sono di buona qualità. Gli ovociti di scarsa qualità possono essere causati dall’età, da una condizione medica di base o da una causa ancora sconosciuta.

La scarsa qualità degli ovociti può essere diagnosticata durante il trattamento di fecondazione in vitro. Infatti, dopo il recupero degli ovociti (pick-up), questi vengono esaminati al microscopio.

Scarsa qualità degli spermatozoi: gli spermatozoi che presentano forme anormali, scarsa motilità   o scarsa concentrazione possono causare problemi di fertilità. Ma questi parametri sono diagnosticabili attraverso un’analisi del liquido seminale (spermiogramma).

Tuttavia, ci possono essere problemi legati alla qualità degli spermatozoi che non sono evidenti durante l’analisi del seme.

Ad esempio, gli spermatozoi possono avere un DNA di scarsa qualità. Questo tipo di problema aumenta con l’età dell’uomo, motivo per cui i bambini di padri più anziani corrono un rischio maggiore di presentare problemi di salute mentale o altri disturbi alla nascita.

Anche la scarsa qualità degli spermatozoi può essere diagnosticata durante il trattamento di fecondazione in vitro. Se spermatozoi con buoni parametri non sembrano fertilizzare ovociti dall’aspetto sano, ciò può indicare scarsa qualità degli ovociti o degli spermatozoi.

Problemi dell’endometrio: si può avere un ambiente cervicale sano, ovociti sani e spermatozoi sani ma se l’embrione risultante non può impiantarsi nell’endometrio non vi sarà una gravidanza.

C’è ancora così tanto da scoprire sui possibili problemi di fertilità legati all’endometrio. Ad esempio, uno studio pubblicato nel 2016 ha scoperto che un virus scoperto di recente si trova più comunemente nel tessuto endometriale delle donne con infertilità rispetto alle donne con fertilità accertata. Ma non è noto come diagnosticare e trattare questo problema.

Anche i difetti della fase luteale potrebbero essere correlati a possibili problemi endometriali e potrebbero essere la risposta ad alcuni casi di infertilità inspiegata.

Problemi con gli ovociti fecondati che si sviluppano in embrioni sani: ipotizziamo che uno spermatozoo sano fecondi un ovocita sano e si ottenga quello che viene chiamato zigote. Successivamente inizia il processo di divisione cellulare in cui lo zigote si divide in più cellule formando un embrione. A volte, questo processo non avviene in maniera corretta e può costituire un altro problema che può essere diagnosticato durante il trattamento di fecondazione in vitro poiché viene monitorato lo sviluppo embrionale.

Fattori ancora sconosciuti dagli esperti di fertilità: è possibile che la causa della tua infertilità inspiegata sia completamente sconosciuta ai medici in questo momento.Non conosciamo ancora completamente tutti gli aspetti legati alla fertilità.

 

Niente è impossibile: alcune coppie con infertilità inspiegata concepiscono senza alcun aiuto terapeutico entro uno o due anni dalla diagnosi. Nessuno sa cosa non andava, ma succede.

Una coppia in buona salute e fertile ha circa il 25-30% di possibilità di concepire in un dato mese. Si noti che le probabilità non sono del 100%. Non sono al 100% per nessuno.

È possibile che tu abbia un problema di fertilità molto sottile, ma non così grave da non permetterti di concepire impiegandoci un po’ più di tempo (questa condizione viene chiamata subfertilità).

Oppure tu e il tuo partner potreste rientrare in quei casi di infertilità inspiegata in cui la causa alla base non vi consente di ottenere una gravidanza in maniera naturale. È frustrante, ma è una possibile spiegazione per coloro che hanno cercato di ottenere una gravidanza da almeno due o tre anni.

Cosa non è l’infertilità inspiegata 

 

Altrettanto importante di cosa sia l’infertilità inspiegata, è essenziale parlare di ciò che non è.

L’infertilità inspiegata:

  • Non è solo “nella tua testa”
  • Non è causata dal troppo stress

È più facile per le persone, compresi alcuni medici insensibili, rifiutare la diagnosi di infertilità se non si trova una causa evidente.

La tua crisi emotiva legata al concepimento è reale anche senza una diagnosi definitiva. Alcuni potrebbero dire che è addirittura più intensa perché, senza risposte, potresti sentirti più confusa sulla tua situazione.

Vorresti avere un figlio ma non puoi. Questa condizione è del tutto degna di attenzione e preoccupazione e meriti di essere seguita da uno specialista in fisiopatologia della riproduzione che possa occuparsi approfonditamente del tuo caso.

 

Stress e infertilità: qual è la connessione?

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Gli studi sul rapporto tra stress e infertilità sono controversi. Ogni volta che viene pubblicato un nuovo studio sull’argomento, vedrai titoli che indicano come lo stress sia la ragione per cui non puoi rimanere incinta, anche se lo studio non ha veramente dimostrato che lo stress provoca infertilità.

Molte coppie che hanno problemi di infertilità sono preoccupate per lo stress. L’infertilità stessa provoca angoscia e agitazione emotiva. Lo stress causato dall’infertilità potrebbe peggiorare ulteriormente la tua situazione? Lo stress potrebbe essere l’indizio mancante quando vi è un caso di infertilità inspiegata o quando i trattamenti falliscono per ragioni sconosciute?

Le risposte sono complicate. Non comprendiamo ancora appieno l’impatto dello stress sulla fertilità. Il semplice “relax” non risolverà i problemi di infertilità di nessuno, ma ciò non significa che lo stress sia innocuo. Scopri in questo articolo cosa ha da dire la ricerca e cosa dovresti sapere su questo argomento controverso.

 

Tipi di stress

Prima di conoscere i risultati della ricerca, è utile capire perché studiare lo stress è complicato. Esistono diversi tipi di stress e sorgono molte domande in merito al modo in cui ciascun tipo potrebbe essere correlato all’infertilità.

Stress infantile. Si riferisce allo stress che non sta necessariamente accadendo ora ma che si è verificato durante i tuoi primi anni di vita. Livelli elevati di stress infantile sono stati collegati a diversi problemi di salute a lungo termine. Questo potrebbe connettersi all’infertilità?

Stress quotidiano a breve termine. Se la tua auto si guasta e capita che sia la settimana in cui stai ovulando, questo evento influirà negativamente sulle tue possibilità di rimanere incinta in quel mese?

Stress a lungo termine o una serie di eventi stressanti. La tua auto si guasta, hai un grande progetto dovuto al lavoro, tua madre è in ospedale e hai appena scoperto che non riuscirai a pagare le bollette. Se la tua vita assomiglia a questa descrizione di mese in mese, potresti avere uno stress a lungo termine.

Stress del tuo stile di vita. Forse hai un lavoro impegnativo, lavori molte ore e affronti spesso discussioni durante la tua giornata. Le tue giornate possono includere intense esigenze fisiche e psicologiche. Anche se ami il tuo stile di vita, stai ancora vivendo una vita stressante.

Grandi eventi della vita. Divorzio, perdita del posto di lavoro, trasferirsi in un’altra città o paese o perdere qualcuno che ami possono causare molto stress.

Vivere in condizioni stressanti. Coloro che vivono in condizioni di povertà, che non hanno un impiego regolare o che non hanno accesso a cibi sani o alle cure primarie di base vivono ogni giorno in un ambiente stressante.

Quando ci si interroga se lo stress provochi infertilità o se lo stress aumenti il tempo necessario al concepimento è importante sapere a che tipo di stress ci si sta riferendo.

 

Misurare lo stress 

Questo è uno degli aspetti più complicati della ricerca. Una volta deciso quale tipo di stress deve essere esaminato, bisogna capire come misurarlo. Esistono due modi principali in cui i ricercatori tentano di valutare i livelli di stress: misurando le sostanze chimiche legate allo stress nella saliva o nel sangue o utilizzando strumenti di misurazione dello stress psicologico. Ci sono vantaggi e svantaggi per entrambi.

 

Misurazione biochimica

Quando misuriamo i segnali di stress biochimico nella saliva o nel sangue, non possiamo sapere con certezza se questi sono causati da una vita stressante o da un processo patologico. Ad esempio, supponiamo che a una donna venga diagnosticata l’endometriosi. Inoltre i risultati dei suoi test biochimici per lo stress sono alti. I livelli di questi analiti legati allo stress sono elevati perché la donna ha una vita stressante e questo stile di vita ha portato all’endometriosi? Oppure la sua endometriosi provoca stress biologico nel suo organismo e questo porta a livelli più alti di ormoni dello stress? Oppure, ancora, potrebbe essere che i sintomi dell’endometriosi causino disagio emotivo e ciò porti a livelli più alti di ormoni dello stress? Come puoi vedere, determinare le risposte a queste domande è complicato.

 

Misurazione psicologica

Il problema con i test di misurazione psicologica è che le persone percepiscono lo stress in modo diverso. Ciò cambierà il modo in cui i pazienti rispondono alle domande di un questionario sullo stress. Un altro problema è che ogni organismo reagisce allo stress in modo diverso. Due persone possono risultare con alti livelli di stress in base a un test di misurazione dello stress psicologico ma potrebbero avere reazioni biologiche completamente diverse.

Con la misurazione psicologica, il ricercatore deve anche fare affidamento sul presupposto che le risposte dell’intervistato siano oneste. La maggior parte di questi test sono progettati per ridurre le possibilità di risposte disoneste, ma i test non sono perfetti.

 

Quando bisogna misurare lo stress?

I tempi dello studio sono importanti tanto quanto la determinazione del tipo di stress. Ad esempio, uno studio potrebbe esaminare i livelli di stress prima che inizi un ciclo mestruale, nel mezzo di un ciclo o appena prima dell’ovulazione. Si potrebbe esaminare lo stress durante due settimane (tempo tra l’ovulazione e le mestruazioni) o assumere i livelli di stress medi di un periodo di settimane, mesi o persino anni.

Tutte queste variabili incidono sui risultati. È estremamente difficile la determinazione in uno o anche più studi.

Le persone sotto stress si rivolgono spesso ad abitudini malsane. Possono mangiare più cibo spazzatura, dormire poco o troppo o non fare attività fisica (o farne troppa). Alcuni possono ricorrere a fumo, alcol o droghe.

Sappiamo che il fumo, la cattiva alimentazione e il consumo eccessivo di alcol agiscono negativamente sulla fertilità. Se qualcuno ha alti livelli di stress, lo sta affrontando con abitudini malsane e la sua fertilità diminuisce, è lo stress che sta causando il problema o sono le abitudini malsane?

 

La connessione biologica 

C’è una spiegazione biologica sul perché lo stress emotivo può portare a problemi di fertilità. Tutto si riduce all’asse ipotalamo-ipofisi-surrene.

Ogni volta che il tuo corpo percepisce lo stress, la ghiandola ipotalamo nel cervello invia un segnale alla ghiandola ipofisi: il segnale indica che sei sotto stress e hai bisogno di assistenza. L’ipofisi reagisce a questa richiesta di aiuto inviando il proprio segnale alle ghiandole surrenali, inducendo il rilascio dell’ormone dello stress cortisolo.

In quantità fisiologiche, il cortisolo ha un effetto positivo. Tra le tante cose, questo ormone aiuta a regolare la glicemia in modo da avere energia durante le emergenze. Il problema è quando vi è una sovrapproduzione di cortisolo.

L’ipotalamo e l’ipofisi non regolano solo gli ormoni dello stress. Sono anche responsabili della regolazione dei segnali ormonali riproduttivi. L’ipotalamo rilascia l’ormone di rilascio di rilascio delle gonadotropine o GnRH. Il GnRH segnala all’ipofisi di rilasciare l’ormone follicolo-stimolante (FSH) e l’ormone luteinizzante (LH). L’FSH e l’LH stimolano la crescita degli ovociti nelle ovaie nelle donne e la crescita degli spermatozoi negli uomini.

Se l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene è impegnato a gestire lo stress, in teoria, ciò potrebbe alterare il modo in cui regola gli ormoni riproduttivi. Dobbiamo anche considerare l’effetto che gli ormoni dello stress come il cortisolo possono avere sugli ovociti, sulle cellule spermatiche e sugli embrioni.

 

Studi sulla connessione stress-infertilità 

Alcuni studi hanno trovato una possibile connessione tra stress e infertilità. Uno studio condotto nel Regno Unito ha incluso 250 donne che stavano cercando di concepire naturalmente per un periodo di sei cicli. Il sesto giorno di ogni ciclo, hanno fornito campioni di saliva per testare i livelli di alfa-amilasi e cortisolo, due ormoni associati allo stress. Durante questo periodo di sei mesi è stata anche monitorata l’ovulazione per fornire a ogni donna nello studio le migliori possibilità di concepimento e per stabilire i loro giorni più fertili.

Lo studio ha scoperto che le donne con concentrazioni più elevate di alfa-amilasi hanno impiegato più tempo per rimanere incinta rispetto a quelle con livelli più bassi. Tuttavia, è importante notare che questo studio ha anche riscontrato che le donne con livelli più alti di cortisolo (un altro ormone dello stress) tendevano a rimanere incinta più velocemente di quelle con livelli più bassi. In altre parole, la connessione non è chiara.

Anche in un altro studio condotto nei centri di ricerca del Michigan e del Texas si è cercato di verificare se gli ormoni alfa-amilasi e cortisolo nella saliva potessero essere correlati al tempo impiegato per rimanere incinta. Questo studio ha incluso 400 donne che cercavano di concepire. I ricercatori hanno scoperto che le donne con i più alti livelli di alfa-amilasi avevano una riduzione del 29% della loro fertilità complessiva, impiegando più tempo a concepire rispetto a quelle con i livelli più bassi di alfa-amilasi. Questo studio non ha trovato alcuna relazione tra i livelli di cortisolo e il tempo di concepimento.

Anche lo stress socioeconomico può avere un impatto negativo sulla fertilità. Uno studio ha scoperto che le donne che affrontano fattori di stress socioeconomici avevano riserve ovariche più scarse. Un altro studio separato ha scoperto che le donne che hanno sperimentato esperienze traumatiche durante l’infanzia avevano maggiori probabilità di incorrere in infertilità e periodi mestruali irregolari o assenti in età adulta.

 

Fertilità maschile 

Anche la fertilità maschile può essere influenzata dallo stress. Una meta-analisi di 57 diversi studi, che includeva quasi 30.000 uomini, ha scoperto che lo stress psicologico potrebbe ridurre la concentrazione di spermatozoi, il movimento degli stessi e la percentuale di spermatozoi di forma normale. Lo studio non ha esaminato se questo abbia influito sul tempo trascorso per ottenere il concepimento.

Un altro studio ha scoperto che sperimentare due eventi di vita stressanti ha aumentato il rischio che i risultati dell’analisi del seme di un uomo scendano al di sotto delle normali linee guida stabilite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Altri studi hanno scoperto che i livelli di testosterone erano più bassi quando gli uomini soffrivano di stress psicologico. Tuttavia, è difficile stabilire il nesso causa-effetto: la riduzione del testosterone porta ad una maggiore sensibilità agli eventi stressanti? Oppure gli eventi stressanti fanno scendere i livelli di testosterone?

 

Studi che non hanno trovato una connessione stress-infertilità 

Non tutte le ricerche hanno trovato una connessione tra stress e ridotta fertilità. Ne è un esempio lo studio condotto nel Regno Unito su quasi 340 donne per un periodo di sei mesi o fino alla gravidanza. Per ogni ciclo, le donne hanno misurato i biomarcatori dello stress.

Hanno anche completato questionari volti a valutare i loro livelli di stress. Questo studio controllava l’età delle donne, se fumavano, quanta caffeina bevevano e con quale frequenza la coppia faceva sesso. Questo studio non ha trovato una connessione tra i livelli di stress, ansia o depressione con il tempo di concepimento.

In uno studio separato, i ricercatori hanno studiato se lo stress possa avere un impatto negativo sui tassi di successo della fecondazione in vitro. Comprendeva poco più di 200 donne che stavano iniziando il loro primo ciclo di fecondazione in vitro. I loro livelli di stress sono stati valutati attraverso interviste e questionari a cui sono state sottoposte prima dell’inizio della fecondazione in vitro e successivamente dopo 4, 10 e 18 mesi.

Le donne che erano depresse o ansiose prima di iniziare il trattamento per fecondazione in vitro non avevano maggiori probabilità di sperimentare un fallimento della fecondazione in vitro rispetto alle donne con minore depressione o ansia. Viceversa lo studio ha scoperto che il fallimento della fecondazione in vitro ha causato un grave disagio psicologico, il che non sorprende.

I ricercatori per questo motivo hanno raccomandato i supporti psicologici che sono mirati ad aiutare i pazienti a far fronte al fallimento del trattamento, invece di concentrarsi sulla riduzione dello stress per migliorare il successo del trattamento.

Forse il più convincente è stato uno studio di meta-analisi che ha incluso 14 studi e poco più di 3.500 donne, che ha esaminato se il disagio emotivo fosse associato al successo dei trattamenti di fecondazione assistita. I ricercatori non hanno trovato una connessione tra stress pre-trattamento e percentuali di successo della fecondazione in vitro.

 

Risultati contrastanti 

Ci sono studi che riportano che lo stress abbia un impatto negativo sulla fertilità come altri che riportano l’esatto contrario. La verità è che entrambi i risultati possono essere corretti. È possibile che lo stress prolunghi il tempo alla gravidanza, ma tale periodo prolungato è probabilmente un periodo di settimane o, al massimo, di mesi. Questo non è abbastanza a causare infertilità, che è definita come l’incapacità di concepire dopo un anno di tentativi.

Diversi studi hanno scoperto che il successo della fecondazione in vitro, in particolare, non sembra essere associato allo stress. Considerando quanto sia emotivamente angosciante l’esperienza dell’infertilità per molte coppie, questa è un’ottima notizia.

 

Prendersi cura di sé

Indipendentemente dal fatto che lo stress diminuisca la fertilità, dobbiamo sempre preoccuparci dello stress. In primo luogo, non è bello essere sempre stressati o ansiosi. Qualunque cosa possiamo fare per sentirci meglio sarà utile.

In secondo luogo, anche se lo stress non ha un impatto diretto sulle tue probabilità di successo della fecondazione in vitro, ha una connessione con la tua probabilità di continuare il trattamento. Molte coppie abbandonano prematuramente il trattamento di fecondazione in vitro a causa dello stress emotivo.

In diversi casi, quando si chiede alla coppia perché ha abbandonato il trattamento di fecondazione assistita, le due ragioni principali sono lo stress emotivo e la percezione di una prognosi sfavorevole. Tuttavia se le coppie si fossero sentite psicologicamente bene da provare un altro o anche altri due cicli di fecondazione in vitro, teoricamente, le loro probabilità di avere un bambino sarebbero aumentate.

 
Non vi è dubbio che l’infertilità provochi stress. È discutibile se, viceversa, lo stress possa causare infertilità. Gli studi hanno scoperto che lo stress ha un impatto sugli ormoni riproduttivi e può aumentare il tempo necessario per il concepimento, ma finora nessuno ha scoperto che lo stress da solo può causare infertilità. Sia che tu abbia appena iniziato a provare a concepire o che sia nel mezzo dei trattamenti per la fertilità, sappi che “provarci troppo” non porterà a problemi di fertilità e che lo stress che ti circonda non ti impedirà di ottenere una gravidanza. Tuttavia, lo stress certamente non ci fa sentire al meglio. Abbi cura di te e cerca il supporto degli amici e di coloro che possono starti vicino.

Avere un figlio dopo i 35 anni: quante sono le probabilità?

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Rimanere incinta dopo i 35 anni può essere più difficile rispetto ai 25 anni ma non è impossibile. Probabilmente hai l’esempio di alcuni amici che hanno concepito dopo i 35 anni o anche dopo i 40 anni. Tuttavia, se vuoi capire perché rimanere incinta dopo i 35 anni è più difficile, continua a leggere questo articolo per scoprire i vari rischi della gravidanza dopo i 35 anni e quali sono le tue reali probabilità di successo durante la gravidanza.

 

Fertilità ed età

 

La prima cosa da sapere è che le donne (e gli uomini) di tutte le età possono sperimentare infertilità. Le coppie di 20 anni possono essere altrettanto sterili delle coppie di 40 anni. L’età è solo un aspetto della fertilità.

Supponiamo, tuttavia, che una donna sia fertile. In questo caso l’unica cosa di cui preoccuparsi è la sua età. Il picco di fertilità nella maggior parte delle donne è tra i 20 e i 30 anni. Un declino graduale ma significativo inizia intorno ai 32 anni. Le probabilità di concepimento a 33 anni non sono buone come a 28 anni. A circa 37 anni, la fertilità inizia a diminuire a un ritmo molto più rapido.

Secondo studi scientifici, la probabilità di rimanere incinta a 30 anni è circa del 20% ogni mese. In confronto, la probabilità all’età di 40 anni è solo il 5% ogni mese. Non bisogna confondere questi dati con la probabilità totale di rimanere incinta in quanto questa è una statistica mensile, non annuale.

Inoltre, molti studi hanno difficoltà a distinguere se le probabilità di gravidanza diminuiscano a causa della fertilità o delle minore frequenza dei rapporti sessuali. Uno studio condotto su 782 coppie ha esaminato le probabilità di concepimento in base al giorno del rapporto sessuale prima dell’ovulazione. Le donne hanno utilizzato i grafici della temperatura corporea basale per monitorare l’ovulazione e hanno scoperto che:

  • Per le donne più giovani, il giorno più fertile era due giorni prima dell’ovulazione.
  • Per le donne di età compresa tra 19 e 26 anni, il sesso nel loro giorno più fertile aveva una probabilità del 50% di portare alla gravidanza.
  • Per le donne dai 35 ai 39 anni, le probabilità erano del 29%. 

 

Fertilità maschile ed età 

 

E’ importante menzionare che anche l’età del tuo partner è importante. La fertilità maschile non diminuisce allo stesso modo in cui diminuisce la fertilità femminile, ma l’età maschile è importante.

Ricordi lo studio sopra, in cui è stato scoperto che le donne dai 35 ai 39 anni avevano una probabilità del 29% di concepire nel giorno più fertile? Lo stesso studio ha scoperto che se il partner di una donna aveva cinque anni in più, le loro probabilità scendevano al 15%. In sostanza, le loro probabilità si sono dimezzate.

Tieni presente che queste sono solo le probabilità di concepimento. Essere incinta non significa che partorirai in maniera certa. I tassi di aborto spontaneo sono più elevati per le madri e i padri più anziani.

 

Aumento del rischio di difetti alla nascita e aborto spontaneo

 

L’età aumenta anche le possibilità di difetti genetici. Il motivo dell’aumento del rischio di bambini con sindrome di Down nelle donne di età superiore ai 35 anni possono essere ben comprese dai seguenti dati:

  • All’età di 25 anni, 1 su 1.250 donne partorirà un bambino con sindrome di Down.
  • A 30 anni, è a rischio 1 su 952.
  • All’età di 35 anni, la probabilità è 1 su 378.

Anche il rischio di aborto spontaneo aumenta con l’età:

  • Circa il 10% delle gravidanze termina in un aborto spontaneo per le donne all’inizio dei 20 anni.
  • All’inizio dei 30 anni, il 12% delle donne subisce aborti spontanei.
  • Dopo i 35 anni, il 18% delle gravidanze si concluderà con un aborto spontaneo.
  • All’inizio dei 40 anni, il 34% delle gravidanze termina in aborto spontaneo.

 

Perché la fertilità diminuisce 

 

Le donne nascono con tutti gli ovociti (o cellule uovo) che avranno durante la loro vita. Il numero più alto di ovociti si ha quando una bambina è ancora in utero.

A circa 20 settimane di gestazione, un feto femmina ha dai sei ai sette milioni di ovociti nelle ovaie. Alla nascita, avrà poco più di un milione di ovociti. Entro la pubertà, rimangono tra i 300.000 e i 500.000 ovociti. 

Da questo enorme numero di ovociti, solo 300 diventeranno maturi e verranno rilasciati nel processo noto come ovulazione. 

Alcune persone pensano che la menopausa sia l’inizio del declino della fertilità. Non è così. Le capacità riproduttive rallentano molto prima. Le ovaie diventano meno efficaci nel produrre ovociti sani e maturi. 

Con l’avanzare dell’età e l’avvicinarsi della menopausa, le ovaie risponderanno meno bene agli ormoni responsabili dell’attivazione dell’ovulazione. Ciò include anche i farmaci per la fertilità ed è il motivo per cui i trattamenti di procreazione medicalmente assistita (PMA) hanno meno successo nelle donne con basse riserve ovariche. 

E se vivessi uno stile di vita sano? Che cosa succede se ti alleni, mangi bene, mantieni un peso sano ed eviti cattive abitudini? Anche allora, sperimenterai il naturale declino della fertilità con l’età. Detto questo, le cattive abitudini possono avere un effetto negativo sulla fertilità. Ad esempio, è stato scoperto che il fumo accelera il naturale processo di declino della fertilità nelle donne.

 

Tassi di successo dei trattamenti di PMA dopo i 35 anni

 

Con i trattamenti di PMA disponibili, perché preoccuparsi dell’età? Sfortunatamente, proprio come il tuo corpo non risponde bene ai tuoi ormoni (quelli responsabili dell’ovulazione), non risponderà altrettanto bene agli ormoni dei farmaci per la fertilità. Secondo alcune statistiche, la percentuale di nati vivi da procedure di fecondazione in vitro che utilizzano gli ovociti della madre diminuisce con l’età. I tassi di nati vivi, dopo il trattamento con fecondazione in vitro, sono:

  • 41,5% per le donne di età inferiore ai 35 anni
  • 31,9% per le donne dai 35 ai 37 anni
  • 22,1% per le donne dai 38 ai 40 anni
  • 12,4% per le donne dai 41 ai 42 anni
  • 5% per le donne dai 43 ai 44 anni
  • 1% per le donne di età superiore ai 44 anni

La buona notizia è che, sebbene le ovaie non funzionino più bene all’aumentare dell’età delle donne, l’utero non sembra soffrire l’invecchiamento in modo così drammatico. Le donne che non riescono a concepire usando i propri ovociti possono rivolgersi alla fecondazione assistita eterologa, con ovociti di una donatrice.

 

Cosa dovresti fare se non riesci a concepire dopo i 35 anni? 

 

Supponendo di non avere fattori di rischio di infertilità, puoi iniziare a cercare di rimanere incinta in modo naturale. Tuttavia, se non rimani incinta dopo sei mesi, consulta il tuo ginecologo.

Alle donne di età inferiore ai 35 anni viene generalmente chiesto di provare a rimanere incinta per un anno prima di cercare aiuto, ma un anno d’attesa è troppo dopo i 35 anni.

Il motivo per cui non puoi rimanere incinta potrebbe non avere a che fare con la tua età. Tuttavia, dal momento che, invecchiando, le probabilità di successo di una gravidanza anche con il trattamento di PMA diminuiscono, è importante ottenere aiuto rapidamente.

Se hai 40 anni e vuoi rimanere incinta, consulta immediatamente il tuo ginecologo. Non è necessario iniziare a provare da soli.

Puoi richiedere dei test di fertilità di base. In particolare, è bene testare i tuoi livelli AMH e FSH ed effettuare una conta dei follicoli antrali attraverso un’ecografia. Questo darà al tuo ginecologo un’idea della tua attuale riserva ovarica.

Qualunque cosa tu faccia, non sprecare il tuo tempo e denaro con test di FSH o di “menopausa” da fare a casa. Potrebbero indicarti che la tua fertilità è buona quando in realtà non lo è.