La fertilità nella storia e nella società

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La fertilità è la capacità di riprodursi degli esseri viventi; al contrario la sterilità è l’assenza di questa capacità. Nella dizione italiana, si opera una distinzione tra sterilità ed infertilità. Una coppia che dopo un anno di rapporti regolari e non protetti non riesce a concepire è considerata infertile. Tuttavia, molti preferiscono parlare di infertilità dopo 24 mesi (secondo anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità) poiché una non trascurabile percentuale di coppie riesce ad avere un figlio dopo due anni di tentativi. Invece, se una coppia ha già avuto figli ma non riesce ad averne altri, si dice affetta da infertilità secondaria. La sterilità in senso proprio riguarda, invece, le coppie affette da una precisa patologia irreversibile o che restano non fertili anche dopo un iter diagnostico e terapeutico esauriente e svolto in un tempo ragionevole.

Il primo comandamento di Dio ad Adamo fu: “Andate e moltiplicatevi, riempite la terra e sottomettetela” (Genesi: 1:28). Di nuovo nella Bibbia la preghiera di Rachele a Giacobbe: “Dammi dei figli altrimenti morirò” (Genesi 30:1). Da qui poi il detto del Talmud: “Qualunque Uomo che non abbia figli è un Uomo morto”.

Così, se si escludono alcuni papiri egiziani e delle iscrizioni babilonesi in cui si citano dei rimedi per curare la sterilità, le prime testimonianze scritte dell’esistenza di tale problematica risalgono ai sacri testi. Tali testimonianze esprimono con grande chiarezza quale importanza abbia rivestito nella storia avere una discendenza, e soprattutto, una discendenza di sesso maschile. Così Salomone prende cento donne non per intensificare il proprio piacere ma per accrescere la propria progenitura e San Giovanni scrive nel suo Vangelo: “quando il Figlio è nato la donna non ricorda più le sue angosce per la gioia che le deriva dall’aver dato alla luce un Uomo”.

La stessa ossessione per una discendenza sembra aver permeato tutto il pensiero di quei secoli e non soltanto. Scrive Luciano nel suo De luctu che il morto che non ha lasciato figli è condannato alla fame perpetua. La legge latina infatti, come quella ateniese e degli Indù, impediva a qualunque estraneo di partecipare al banchetto funebre: alla base la convinzione che la felicità nel regno dell’oltretomba fosse legata a quanto i discendenti vivi praticassero il culto dei loro morti. ln questa visione il celibato era considerato una grave colpa nei confronti degli antenati e verso se stessi e come tale punibile; non bastava infatti che un individuo generasse un figlio, ma questi doveva nascere all’interno del matrimonio. La sterilità era pertanto uno dei motivi per sciogliere il vincolo, talvolta anche contro il volere dei due sposi.

La sterilità sin dall’antichità, e seppure con rare eccezioni, era attribuita alla donna; infatti qualsiasi uomo in grado di produrre sperma e di depositare la sua semenza poteva assicurare la sua discendenza a condizione che la matrice che lo riceveva fosse aperta.
Ippocrate di Cos (460 a.C.) dà le prime indicazioni sulla diagnosi di sterilità femminile; egli riteneva che questa fosse dovuta all’incapacità della donna di mantenere il seme maschile, che se trattenuto invece, mescolandosi a quello femminile avrebbe dato origine ad una discendenza. Egli per primo riconobbe l’impossibilità della penetrazione spermatica nei casi di stenosi (restringimento) serrate o di conglutinazioni del collo uterino. La sua teoria era che il concepimento si verificasse durante il periodo mestruale quando la cervice uterina raggiungeva il massimo grado di apertura.

E’ soltanto nel 1563 che Giovanni Marinello della Scuola Medica Veneziana riconosce nella metà del ciclo il momento ottimale per la fecondazione: “Alla fine del decimo giorno e non prima, il marito al mattino seguente, all’aurora, vada a trovare la donna nel letto e usi con lei carnalmente, ma prima cerchino l’uno e l’altro di stare casti… acciocché siano più avidi… ed aumenti lo sperma”. Nello stesso libro sono contenuti alcuni dei test già proposti da Ippocrate per valutare la pervietà (accessibilità) tubarica.

E’ finalmente nel 1677 che uno studente di Danzica, Johann Ham scopre gli spermatozoi: “animalcules” che conterrebbero preformata una miniatura dell’essere che poi l’uovo materno alloggerebbe e nutrirebbe. Tutta la capacità fecondante viene quindi attribuita all’uomo anche se soltanto pochi anni dopo (1672) De Graaf scopre il follicolo che erroneamente ritiene essere l’ovocita.

La grande portata di queste due scoperte apre un nuovo capitolo nella storia della medicina solo attorno al 1839 quando la “teoria cellulare” finalmente attribuisce i rispettivi ruoli allo spermatozoo e all’ovocita.

Occorre aspettare però il 1880 perché Samuel Gross nel suo libro “Impotence and Sterility of the Man” indichi, per la prima volta, una percentuale di sterilità maschile fissandola attorno ad un 15%. Da allora in poi i progressi della medicina e le scoperte in campo della riproduzione si susseguono a ritmo tumultuoso fino al fatidico 27 luglio del 1978 quando viene alla luce Luise Brown, la prima “test-tube baby”. Da allora ad oggi più di 8 milioni di bambini in tutto il mondo sono nati come risultato dei trattamenti di concepimento in vitro, grazie anche all’introduzione della ICSI da parte di G.P. Palermo nel settembre 1992 che ha risolto gravi problemi di infertilità maschile che avevano conosciuto scarsi risultati con la fecondazione in vitro classica.

Gravidanza e società

Nella specie umana, l’evento riproduttivo non risponde soltanto ad un’esigenza biologica, riconosciuta uguale in tutti gli organismi viventi, ma riveste anche una forte valenza sociale. I grandi mutamenti storici degli ultimi anni hanno cambiato radicalmente l’assetto familiare rispetto a prima della Grande Guerra, interferendo notevolmente con le scelte riproduttive e soprattutto con i tempi della riproduzione nella nuova società.

Se però “aver figli” può aver perduto l’antico rilievo di alto valore sociale, “fare un figlio” sembra conservare la primordiale importanza biologica e psicologica che ha rivestito in passato. L’aumento dell’occupazione e della scolarizzazione femminile hanno provocato i primi grandi stravolgimenti sociali. Permettendo alla donna il raggiungimento di una propria indipendenza economica, sono stati alterati i rapporti di forza e di equilibrio all’interno della famiglia. L’assetto gerarchico ed i fondamenti sociali della famiglia sono stati modificati, influendo in tal modo direttamente sulle scelte della donna in ragione di matrimonio e figli.

Le grandi rivoluzioni degli anni ’60-’70: l’introduzione della pillola anticoncezionale, l’approvazione della legge sul divorzio e la legalizzazione dell’aborto hanno finito con lo scardinare definitivamente le giustificazioni sociali del matrimonio. Perduto il suo ruolo di status sociale, non più strumento necessario per una “legittima” vita sessuale e non più fondamento della procreazione, il matrimonio mantiene a tutt’oggi il ruolo di sancire una maggiore stabilità della famiglia. In questo contesto, il controllo della fertilità scorpora definitivamente il rapporto sessuale dall’esigenza riproduttiva. Il singolo ed il privato si sostituiscono al sociale ed al pubblico e alcuni fenomeni demografici ne sono le più evidenti manifestazioni: il calo della natalità e della nuzialità, l’aumento delle separazioni e dei divorzi, famiglie monoparentali e ricostruite. I tempi biologici della gravidanza vengono sostituiti dai tempi sociali e culturali della gravidanza. L’età del matrimonio, inteso come momento del raggiungimento della stabilità di coppia e coincidente spesso con il desiderio di gravidanza si sposta in avanti, scavalcato da altre esigenze più urgenti e pressanti: il raggiungimento della propria indipendenza e della realizzazione del sé. In questo nuovo assetto culturale cambiano anche la relazione genitori/figli ed i ruoli svolti dai diversi attori sociali. Si parla di una nuova società “puerocentrica” in cui il principio basilare è il “superiore star bene del fanciullo” (Dichiarazione dei diritti del fanciullo del 1959 e Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia del 1989). Tutto l’assetto della nuova famiglia ruota attorno a questo.

Il ruolo svolto dai figli nella famiglia tradizionale, quello di forza lavoro o di anello di trasmissione generazionale non esiste più, sostituito piuttosto da quello di cardine affettivo. Nei paesi occidentali si è diffusa sempre di più la teoria secondo la quale è meglio avere pochi figli ma garantire loro relazioni di qualità e di benessere. I mutamenti intervenuti nel modo di fare famiglia esprimono cambiamenti nelle aspettative e nei rapporti interpersonali che si traducono in un cambiamento nei comportamenti procreativi sia maschili che femminili e sulle attuali tendenze demografiche. Innanzitutto si riscontra un innalzamento dell’età media al primo matrimonio degli uomini (32 anni) e delle donne (30), cioè 4 anni in più rispetto ai loro genitori, testimoniato anche da un’indagine ISTAT condotta in Italia nel 2005. Il principale motivo di questo innalzamento è dovuto al prolungamento del tempo dedicato agli studi, alla ricerca del lavoro, al desiderio di godere il più a lungo possibile dei vantaggi che una famiglia può offrire. Connesso a questo fenomeno vi è quello dell’aumento dei giovani adulti che vivono in casa con almeno uno dei genitori procrastinando in tal modo il passaggio all’età adulta; questo ritardo incide fortemente con il ritardo sui tempi di formazione della propria famiglia che viene subordinata all’affermazione professionale, alla stabilità del reddito ed alla sicurezza.

Queste le spiegazioni sociali più evidenti di quello che si traduce in un allungamento dei tempi della procreazione. Inevitabilmente sempre più numerose sono le coppie che si trovano a confrontarsi con una riduzione, spesso inaspettata, della loro capacità di concepimento.

 

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